La voce di Harry Potter: «Magia per tutti i bimbi. Un cane e non sei solo»
BEATRICE MASINI
Beatrice Masini, scrittrice per ragazzi, è ora in libreria con il suo ultimo romanzo Solo con un cane (Fanucci). Ha vinto il premio Andersen internazionale, Pippi Calzelunghe, il Premio Cento, il Castello di Sanguinetto. Giornalista, editor Rizzoli e traduttrice, in questa veste ha legato il suo nome anche al successo di Harry Potter, curando la versione italiana negli ultimi volumi della saga dedicata al popolare maghetto.
Da giornalista a scrittrice di libri per ragazzi: com'è successo? Ero al quotidiano La Voce di Indro Montanelli come critica degli spettacoli. Così avevo coniugato la mia passione di scrivere con il giornalismo. Poi La Voce ha chiuso. Non avendo agganci, sono andata nella direzione della mia passione parallela: i libri per ragazzi. Ho lavorato un po' nell'editoria, come traduttrice, e infine nel 1997 il mio primo parto, Emma dell'Ermellino per la casa editrice Arka.
Da che spunti trae i suoi racconti?
Sempre dalla realtà, magari da una parola, da un episodio insignificante: il recente Gli invisibili si svolge nella mia periferia. Poi subentra l'immaginazione per regalare ai bambini un po' di avventura: li teniamo così protetti, così ossessionati dalla realtà, purtroppo. Anche nei racconti seriali come Scarpette rosa, che sono stati tradotti in molte lingue, sul mondo della danza, entra in gioco la realtà: non potrei mai essere stata così precisa e insieme appassionata, se non avessi avuto alle spalle anni di danza.
Si è rivolta agli adolescenti con Sono tossica di te, storia di una sedicenne che soffre molto per un amore sbagliato: a causa dei suoi sbalzi di umore, la madre giunge all'errata conclusione che si droghi...
Questo poi è realissimo. Mio marito mi aveva fatto notare un manifesto sugli effetti della droga negli adolescenti. Io l'ho fotografato ed è nata la storia. Mi piace provare con soggetti di età diverse, reinventarmi, non scrivere mai la stessa storia.
Allora come ha fatto lei, che si nutre tanto di realtà, a entrare così bene nel mondo magico di Harry Potter? È stato un bene che la scrittura di J.K. Rowling fosse così diversa dalla mia. Prima di tutto sono stata lettrice e mi sono divertita. Harry Potter mi è piaciuto: ben fatto, assolutamente inarrivabile nel suo trionfo globale; scritto in Inghilterra, letto e acclamato anche in Cina. Forse per le due dimensioni del personaggio: da orfano maltrattato a mago. Il fenomeno del mio legame con Harry Potter è dovuto anche a un fatto: la signora Rowling non è mai venuta in Italia, non si sono mai avute sue dichiarazioni di prima mano. Si è quindi ricorsi a me. Sono stata in qualche modo la sua portavoce. Però lo considero un capitolo chiuso.
La traduzione di Harry Potter è stata esaminata al microscopio dai cultori. Ci si è indignati, per esempio, perché Dumbledore — calabrone, in lingua originale, quindi piuttosto rumoroso — è stato tradotto con Albus Silente...
Non è opera mia. Le traduzioni dei primi tre libri non sono mie.
E Unci Unci per Griphook?
Neanche questo è mio.
Quali personaggi ha ribattezzato in italiano?
Per esempio Stan Picchetto, il bigliettaio di Nottetempo, eppoi sono miei i Marciotti, le creature che sembrano fatte di nebbia e che portano con sé una luce per ingannare le prede, e gli Avvicini, i demoni acquatici cornuti che si trovano nei laghi d'Irlanda e Gran Bretagna.
Ricorda brani particolarmente difficili da tradurre?
La canzone del Cappello Parlante in cui il Cappello elenca in rima le quattro case di Hogwarts. Ho dovuto ribaltarla componendo dei versi che rendessero fedelmente il significato. Oppure una sciarada densa di giochi di parole. In questi casi si ha la sfida più grande per un traduttore, ma anche la parte più divertente di un lavoro che coinvolge tante persone.
Che ruolo ha come editor?
Ho modo di sbirciare, prima di altri, le novità straniere, le varie voghe — per esempio quella dei vampiri, o degli angeli — e di tenermene alla larga.
Con il suo penultimo romanzo, Bambini nel bosco, tra i finalisti al premio Strega, ha cominciato a scrivere in modo più allegorico: perché?
Beh, sono cresciuta e mi piace praticare vie nuove. Sono un'avventuriera della scrittura. Ho trovato forse un modo di dire le stesse cose in modo figurato. Del resto anche le fiabe vivevano di figure: il principe, l'orco.
In Solo con un cane un re cattivo vuole bandire tutti i cani. La famiglia del piccolo Miro decide di non sopprimere il cane Tito, ma di farlo scappare con il bambino; papà e mamma li raggiungeranno in seguito, in luoghi e tempi più sicuri. Ancora un'allegoria?
Sì: il viaggio che ciascuno, nella vita, deve compiere per crescere. Poi ho personalizzato figure come la Paura, la Fame, la Sete, il Riposo. Non ci avevo pensato all'inizio, questi personaggi mi sono venuti strada facendo. Comunque anche in questo racconto sono partita da uno spunto reale: ci sono Paesi in cui i cani sono considerati «impuri». Io ho estremizzato. Le mie storie nascono spesso da un «facciamo finta che...»
Il suo sembra anche un racconto a tesi: cosa voleva dimostrare?
Che è importante che i bambini prendano da soli le misure della realtà. Certo, la solitudine non può essere totale: sei solo, ma non sei proprio solo. Hai un cane che devi accudire, salvare; ma che è anche con te, ti fa compagnia.
Ha un cane?
Sì, è un bassotto a pelo ruvido e si chiama proprio Tito. Certe descrizioni sono di lui.
Alessandra Milanese
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