«Io, Tonio in “Pagliacci”. È un personaggio da creare con la voce»
ALBERTO MASTROMARINO
Dal Falstaff delle festività natalizie, al Tonio di Pagliacci di questi giorni: la carriera di Alberto Mastromarino si fa sempre più veronese. Il noto baritono livornese è ritornato nella nostra città - dopo i successi con l'opera verdiana - per ricoprire lo stesso ruolo che fu già suo nella precedente edizione di Pagliacci del 2002 al Filarmonico e del 2006 in Arena. La prima, con la regia di Franco Zeffirelli, è in programma domani alle 20,30 al teatro Filarmonico.
«Falstaff e Tonio sono due parti molto diverse, anche se separate temporalmente da un solo anno, come è diverso lo stile dei due compositori. Quando il vecchio Verdi compone il suo ultimo capolavoro, la musica in Italia aveva già preso altre strade e con Leoncavallo si trova in pieno "verismo". Anzi si può dire che proprio Pagliacci contenga in forma esplicita il manifesto programmatico della giovane scuola operistica italiana», dice Mastromarino.
Diversa dei due anche la struttura vocale?
È vero: Falstaff non è più il baritono tradizionale, però se lo fai una volta hai poi voglia di continuare a riproporlo. Tonio "lo scemo" è invece un personaggio particolare, che ti fa vivere con la paura del suo Prologo: un ostacolo molto arduo per la coce. Ma fatto il Prologo, dopo non ci pensi più. Devi però creare il personaggio, nella scena madre e nel duetto con Nedda. L'amore-dedizione per la donna diventa in lui amore-passione e di qui la vocalità perde il controllo per abbruttirsi in accenti di ira, di disprezzo, di odio.
Beh, l'efficacia drammatica di Tonio è però indiscutibile.
È uno contro il quale si scagliano tutti. Bisognerebbe capire cosa lo abbia indotto a diventare violento e sanguigno. Nonostante tutto alla fine gli voglio anche un po' di bene.
Un personaggio che trama vendetta nell'ombra. Quasi fosse Jago di Otello.
No. Lo sento molto lontano da Jago. Tonio "lo scemo" è solo un vendicativo, un istintivo, con la luna girata male, nel momento sbagliato. Una specie di cospiratore nell'ombra. L'ho fatto tante volte - e si intende che non si ripudia mai quello che si è fatto - in tutte le produzioni di Zeffirelli, dal Metropolitan a Roma, da quelle della Cavani, a quelle di Ponnelle. Una parte che mi ha dato molte soddisfazioni, che amo molto, anche se non è della levatura di uno Jago o di uno Scarpia.
Cosa dice dell'immediatezza d'istinto di questo Pagliacci?
Mi piace la tradizione italiana della commedia, tanto più perché qui è truculenta, passionale, violenta e scoprirne i diversi colori già dal primo atto. Nel Prologo, fuori del sipario, Leoncavallo annuncia che “l'autore ha cercato di dipingervi uno squarcio di vita... vedrete amor siccome s'amano gli esseri umani", quindi uomini in carne e ossa. Pagliacci è in fondo una commedia di poveretti, di guitti che vivono terra, terra, in un quadro quotidiano voluto in tutta la sua materialità, i cui temi concreti sono portati con crudezza sulla scena e si identificano con il dramma degli stessi interpreti. È questo che bisogna rendere bene perché tutto funzioni in questa opera.
Che cosa ricorda di particolare delle tante produzioni già fatte?
Una geniale e davvero suggestiva fu la trovata del regista Gilbert Deflò, per il festival lirico del 2006 in Arena: nel Prologo volle dei nani in scena come piccole e attive controfigure degli interpreti principali.
Gianni Villani
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