«E poi Dio disse a Rivera: Gianni, insegnagli il calcio»

UMBERTO SMAILA
25/01/2012
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Umberto Smaila, milanista e «riveriano»: «Lo stadio? Anche sigaro, amarone e tv 3d non sono male...»

Una solidissima fede milanista ma anche il cordone ombelicale con Verona e coi colori gialloblù; le amicizie illustri nel mondo del pallone ma anche la passione per gli sci, la racchetta e il nuoto: Umberto Smaila e lo sport abitano uno di fianco all'altro. C'è qualche inciampo, è vero («il tennis mi è costato le ginocchia...», rivela sconsolato), ma anche una bella scorta di aneddoti, ricordi, piacevolezze.
E, va detto, conversando qua e là emerge pure una certa competenza. «Io e lo sport in altre fasi della mia vita ci siamo... frequentati di più. Gli anni passano, anche per me», dice con un filo di ironia. «Gli sci ho dovuto pensionarli, almeno per ora. A tennis ho giocato tanto e mi ci sono distrutto le ginocchia. Ho vinto anche parecchi tornei amatoriali, fra artisti. Al Sesto Senso, per esempio, ma anche a Porto Cervo. Spesso in coppia con calciatori».

Chi?
«Ricordo una mitica finale di doppio con Galderisi. E un'altra con Domenghini».

E adesso?
«Cerco di andare un po' in palestra qui a Milano, anche perché ce l'ho comoda. E d'estate faccio molto nuoto. Sono un grandissimo nuotatore. Grandissimo nel senso di grossissimo... Faccio parecchie... leghe. Mi stanno dietro in pochi anche perché ho un bel fiato. Lo si capisce anche quando canto».

E la fede sportiva?
«Io sono sempre stato tifoso del Milan e di Gianni Rivera, fin da quando arrivò a Milano, a fine anni '50. E a un certo punto mi trovai tifoso del Verona, favorito da una serie di coincidenze».

Quali?
«Beh, l'allenatore che riportò l'Hellas in A nel '68 mi pare, o '69, era Nils Liedholm, una bandiera milanista. E allora iniziai a seguire il Verona Hellas. Anche in trasferta, dove si poteva andare almeno. Penso a Ferrara, Modena...».

Tifoso da curva o da tribuna?
«Beh, io andavo vestito con la bandiera gialloblù...».

Prima o poi sarà arrivato anche il conflitto tra Milan e Verona. Qualche crisi di coscienza?
«Quando il Verona è arrivato in A in effetti il problema si è posto. E adesso cosa faccio?... E mi ricordo anzi che la prima di campionato del Verona neopromosso - che fu giocata a Brescia perché il Bentegodi era squalificato per il lancio di una bottiglia - fu proprio un Verona-Milan».

E lì il cuore cosa suggerì?
«Beh, lì andai col pullman dei tifosi veronesi. E constatai cosa vuol dire avere in squadra gente come Rivera e Amarildo... Che ci rifilarono un bel 3-0, mi pare».

E quella domenica della fatal Verona, il 20 maggio '73, col 5-3 a Rivera e compagnia?
«Quel giorno ero allo stadio con Diego Abatantuono. Subissati da cori contro Rivera. Abbiamo sofferto fino alla fine, ammirando però un grande Bergamaschi... E quando uscimmo e ci affacciammo su piazzale Olimpia vedemmo da una finestra sventolare una bandiera bianconera».

Il segno che lo scudetto era definitivamente andato...
«Già. "Oddio cos'è successo?", ci domandammo io e Diego. E ti sento uno urlare "Cuccureddu, Cuccureddu!". La Juve ci aveva appena sfilato lo scudetto».

Delusione cocente.
«Il Milan era stanco, aveva appena vinto la Coppa delle coppe a Salonicco. Peccato. Avevamo già preparato la festa per la stella».

Torniamo al Verona.
«Non posso dimenticare tutti i festeggiamenti per lo scudetto. In quella squadra c'erano tanti miei amici come Galderisi, Di Gennaro... Mi ricordo lo straordinario show al Filarmonico condotto da Maurizio Costanzo. E "Verona beat", una canzone che io avevo scritto, era diventata un po' il simbolo, l'inno del Verona campione d'Italia».

Butto lì qualche parola di un altro pezzo storico: "prova a dare un calcio alla moviola...".
«Niente da dire, eravamo avanti. Abbiamo scritto questa canzone nel 1978 o giù di lì... "Prova a dare un calcio alla moviola, crolla il mondo dello sport...". Avevamo già capito l'importanza della moviola, anche se riletta in chiave ironica».

Viste le premesse mi pare superfluo chiedere da che parte sta tra Chievo e Hellas...
«Mi son simpatici i ragazzi del Chievo. E poi hanno dato grande lustro alla città. Però io sto tifando Verona sperando che torni in A».

Cosa pensa delle recenti uscite di Donatella Rettore che ha un po'... riscaldato l'attesa del derby?
«Penso che certe cose non si possono dire. E poi Chievo è sempre Verona. Quando si rappresenta la città certe esasperazioni non han senso. Non siamo contradaioli al Palio di Siena».

L'ultima di Smaila allo stadio?
«Vado poco allo stadio perché quasi sempre le grandi giocano al sabato sera o alla domenica sera, quando io lavoro. Più facile che vada a vedere quelle di Champions. E poi raggiungere lo stadio è diventato complicato. Bisogna fare un sacco di strada a piedi e io devo avere rispetto delle mie ginocchia. Sto più comodo in casa: schermo 3D, un bel sigarone e una bottiglia di amarone».

Il riferimento all'amarone non è casuale.
«Per niente. L'amarone è il più grande vino del mondo».

Sport e spettacolo: quali sono i maggiori punti di contatto?
«Ce ne sono moltissimi. Ma come prima cosa mi rendo conto delle difficoltà che hanno gli sportivi ad affrontare tutta una serie di privazioni tipo non fare tardi, non mangiare, non bere... Per il resto è chiaro: anche lo sport è uno spettacolo».

Fino a che punto?
«Negli ultimi 40, 50 anni la spettacolarizzazione dello sport è stata sempre più evidente, sotto gli occhi di tutti. Basti guardare al mercato dello sport televisivo. Le interviste, i tg, l'anticipo, il posticipo, la replica, la replica della replica, le coppe... Volendo si potrebbe passare la giornata a guardare solo calcio. E i protagonisti sono sugli scudi, sui giornali, dappertutto. Ma non possono andare a letto tardi come facciamo noi. Ma vorrebbero. E poi qualcuno di carattere non ce la fa e allora ne vediamo le conseguenze».

L'allusione a chi?
«A Ronaldinho. Lui non ce la fa. Alla sera vorrebbe divertirsi e al Flamengo gli stanno tirando le orecchie».

Anche voi avete riti, piccole scaramanzie da sportivi prima di andare in scena?
«Io bevo un bicchiere di vino. Ovviamente amarone».

Al di là di Galderisi e Di Gennaro quali sono gli altri amici di Umberto Smaila legati al mondo dello sport?
«Ne ho tantissimi. Avevo una strettissima amicizia con Virdis. Vivevamo a Milano vicini, andavamo assieme in vacanza in Sardegna».

E poi?
«E poi Inzaghi, Seedorf. Tanti amici prevalentemente milanisti. E un legame ancora più stretto ce l'ho con Carlo Ancelotti. L'anno scorso sono andato anche a trovarlo a Londra, sono stato a casa sua per una settimana. Abbiamo provato pure a scrivere l'inno del Chelsea per Abramovich».

Non ha funzionato?
«Abbiamo fatto un provino. Ho ancora tutto lì nel cassetto. Qualche giorno fa gli ho detto: "ho provato a cambiare un po' le parole e vedo che va bene anche per il Paris Saint Germain..."».

Chi è secondo Smaila il più grande sportivo della storia?
«Pelè. Straordinario. Faceva cose che non ho mai visto fare neanche a Maradona. Lui volava sul campo, la palla la sfiorava... E poi mi risulta che abbia fatto più di mille gol, cosa che lo fa preferire a qualsiasi altro rivale».

Tolto Pelè?
«Subito dopo arriva Gianni Rivera. La sai quella storia...».

Quale?
«Un giorno io, Diego e qualche altro amico eravamo a San Siro, pioveva. A un certo punto entrò il Milan, si squarciarono le nuvole e apparve Dio che lanciò il pallone tra i piedi di Rivera».

E poi?
«E poi gli disse: "Gianni, vai e insegna agli uomini il gioco del calcio"».

Ricorda un po' l'«Eccezziunale veramente» di Abatantuono.
«Questa è una cosa di cui siamo stati testimoni in pochi. Nessuno ci crede ma è una storia vera...».

E il più grande sportivo al di là del calcio?
«Jessie Owens. Questo grande atleta, che poi ha finito la vita in miseria, riuscì a irridere l'intera nazione nazista e il Fuhrer portandosi via quattro medaglie alle Olimpiadi di Berlino, nel 1936. Hitler era incazzato come una bestia. Vale più di qualsiasi altra vittoria».

E lo sportivo preferito in attività?
«Cassano a me non dispiace per niente. Per me lui è uno che al Milan poteva diventare il nuovo Rivera».

Addirittura?
«Cassano è uno che devi vedere dal vivo. Non ha niente a che vedere col vederlo in tv. Lui è uno che dà davvero del tu al pallone. Pochi come lui. Tra quelli che invece stanno giocando dico Andrea Pirlo. È il più grande fuoriclasse che abbiamo. Se avesse coniugato al talento un temperamento più estroso altro che Maradona... Questo se li mangiava tutti. E invece è un po' un chierichetto, è troppo tranquillo. Ma sa essere un caro amico».

E lo sportivo con la faccia da palcoscenico?
«Sempre Cassano, è come Val Kilmer. E Ibrahimovic: andrebbe presentato a Johnny Depp per una parte tra i pirati dei Caraibi. Pettinato così è perfetto».

E il più grande sportivo nella storia dello sport veronese?
«Mi viene in mente Adolfo Consolini. Ma vogliamo dire il più simpatico?».

Prego.
«Malesani, grande Malesani. È proprio uno da veronesi tuti mati... È uno dei nostri. E pensa le combinazioni...».

Quali?
«Un mesettto fa sono andato a fare uno spettacolo al casinò di Lugano e a cena c'era anche Enrico Preziosi, un altro carissimo amico. Mentre ballava e saltava l'ho avvicinato e gli ho detto: "mi raccomando il mio amico Male, trattamelo bene". E lui: "l'ho appena mandato via". Era il giorno dell'esonero...».

Chi era il più sportivo tra i Gatti?
«Sicuramente io. Oppini è sempre stato uno juventino stanco, di rimessa. Più di famiglia che di vocazione. Jerry era vagamente tifoso del Verona. Ma aveva, diciamo, altri interessi... E Nini ci prendeva in giro, soprattutto a me e a Diego, che ci faceva da tecnico. Attaccava: "allora, a che ora scendono in campo gli eroici mutandieri?"».

Lo sport secondo Smaila: l'importante è partecipare (come insegnava De Coubertin), vincere è l'unica cosa che conta (Boniperti) o l'evangelica «beati gli ultimi perché saranno i primi?»?
«È importante partecipare, vincendo, e da ultimi diventare primi. Bella no?».

Francesco Arioli




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