«Coppi è stato un mito. Un esempio? Del Piero»

MARCO BISAGNO
20/01/2012
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L’avvocato Marco Bisagno è un grande appassionato di sport e un esperto di diritto sportivo

Avvocato, ci racconti. Marco Bisagno, 68 anni, è stimato professionista a Verona. Amante dello sport, apprezzato cultore del golf, amico del Chievo. Pochi sanno, però, della sua vocazione d'attaccante e delle affinate doti da stratega del calcio. Storie legate ad un passato colmo di ricordi. Vivi, facili da artigliare. Basta saperli estrarre a comando dall'oceano del ricordo.

Avvocato, questa rubrica è dedicata a chi ama lo sport ma vive d'altro. Da dove vuole partire?
«Io? Sono nato sportivo. Il pallone tra i piedi e un'esperienza negli Amatori del Colorificio Scaligero. Ero un centravanti alla Virgili della Fiorentina. Ricorda? Una sorta di Vieri rubato al passato. Indossavo il nove, mi facevo rispettare. Ma ho fatto pure l'allenatore..»

Dove, come, quando?
«Negli Anni Sessanta è stato indetto a Verona un torneo dedicato a tutti gli istituti scolastici. Io ho portato in finale il 'Don Mazza'. E...»

E come è andata a finire?
«Abbiamo perso contro l'Aleardi. Loro in campo schieravano giocatori eccellenti. C'era pure Sega, quello del Verona. Siamo stati costretti ad alzare bandiera bianca ma siamo usciti con onore».

Lo sport è un viaggio?
«Sì, in treno da Verona a Modena. E come compagno avevo Romano Mattè, l'allenatore. Lui studiava medicina, io legge. Ma parlavamo solo di calcio. Lunghissime disquisizioni di tattica. Pensi, conservo ancora gli appunti scritti 50 anni fa».

Il suo allenatore preferito?
«Nando De Sisti. Ho avuto pure la fortuna di conoscerlo. In campo era uno stratega. Ho frequentato i suoi allenamenti. E devo dire che sapeva intrattenere con grande complicità i suoi giocatori».

Scelga il campione del 2012?
«Del Piero. Un campione di coerenza e di serietà. Oltre alle doti tecniche naturalmente».

Qual è stato l'evento sportivo che l'ha emozionata di più?
«La prima promozione in A del Chievo di Delneri. L'ho vissuta da vicino, molto vicino. Il brivido è stato lunghissimo. E dieci anni dopo ho voluto consegnare una scultura ricordo a Luca Campedelli. Di lui non si riconosce sufficientemente l'importante ruolo svolto per la nostra città in questo ambito».

Tra i campioni del passato chi rivorrebbe in gioco?
«Sarti, il portiere. È stato un precursore. È stato il primo a spostarsi un metro fuori dalla linea di porta. Magari meno spettacolare di altri. Ma molto efficace».

Il suo mito?
«Fausto Coppi. L'ho sentito trionfare alla radio. Erano anni epici. Lui e Bartali ci hanno regalato emozioni irripetibili. Sparito lui dal ciclismo, anch'io mi sono allontanato dalle due ruote. Mi è venuto a mancare qualcosa».

Lo sportivo che ha conosciuto e che vuole ricordare in maniera particolare?
«Insisto: Luca Campedelli. In lui vedo qualcosa di straordinario e fantastico. Magari è poco espansivo. Ma dispone di qualità importanti. E ogni volta che lo vedo, anche per poco, si rafforza un convincimento: con l'impegno si realizzano imprese».

Oggi Bisagno è figura stimatissima nel mondo del golf? Come è nata la sua passione?
«Purtroppo da una tragedia, la perdita di Davide, il mio unico figlio. Mi è stato suggerito di avvicinarmi al golf a scopo terapeutico, e ho scoperto un mondo tutto nuovo».

Ha scoperto anche Matteo Manassero...
«Di lui mi colpiscono le sue qualità umane e di ragionamento. È un ragazzino di 18 anni ma quando gli parli insieme hai l'impressione di trovarti di fronte ad un uomo maturo. Il golf, invece, mi ha dato grandi soddisfazioni, visto che da Saint Andrews (massima autorità in questo campo) mi sono arrivati due riconoscimenti scritti per il mio museo del golf e per un libro scritto su questo sport».

Il più grande campione passato da Verona?
«Elkjaer. La sua sregolatezza non gli ha tolto nulla al talento. In quel periodo ero legale del Verona e membro del Consiglio di Amministrazione. Ho vissuto lo scudetto in prima fila. Preben sul piano tecnico e agonistico era eccezionale».

Una serata con chi?
«Con Giampiero Boniperti. Mi è già successo una volta. Ero a Londra in occasione del centenario della Lega Britannica. A tavola insieme. Lui ha parlato per quattro ore. Io avrò detto si e no due parole. Sono rimasto incantato. Meglio ancora: affascinato dalla sua intelligenza, dalla memoria, dalla capacità di analisi. Mi piacerebbe proprio ritrovarlo».

Un campione mancato?
«Beniamino Vignola. La sua è stata una buona carriera. È arrivato in alto. Ma io penso che quel ragazzino aveva qualità che gli avrebbero permesso di andare ancora più in alto»..

L'atleta veronese di sempre?
«Giorgio Consolini. Purtroppo non l'ho conosciuto. Resta riferimento epico. È una figura indiscutibilmente importante».

Quel giorno non c'era, ma se potesse tornare indietro...
«Sarei andato in Messico a vedermi la sfida tra Italia e Germania, quella gara interminabile finita 4 a 3. Ho rimediato in parte visitando lo stadio Azteca qualche tempo dopo con mio figlio Davide. Rivedendo la targa in ricordo della vittoria azzurra ho rivissuto quel momento».

Le chiedono di tornare in campo per giocare una partita. Accetterebbe a patto di...
«Poter farmi ispirare dalla Gre-No-Li. Con Gren, Nordahl e Liedholm, i tre svedesi di quel Milan, sarebbe tutto più facile».

La faccia sorridente di Verona, oggi?
«È lui, Manassero. Fresco campione. Una faccia squisita. L'immagine perfetta della nostra città».

Dimenticato qualcosa?
«Beh, se il Chievo svolge la preparazione estiva a San Zeno di Montagna è merito mio. Ho messo in contatto sindaco e presidente. E adesso si va avanti insieme da tantissimo tempo».

Simone Antolini




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