«Sono un bambino con i capelli bianchi. Amo narrare storie»
GLAUCO MAURI
Glauco Mauri, uno dei più straordinari protagonisti del teatro italiano, arriva al Grande Teatro da martedì 10 a domenica 15 gennaio al Nuovo con Quello che prende gli schiaffi di Leonid Nikolaevic Andreev, drammaturgo russo dei primi del Novecento. Accanto a lui Roberto Sturno nel ruolo del titolo e altri nove attori.
È lo stesso Mauri, che ha curato la traduzione e l'adattamento oltre che la regia, a parlarci della forza e dell'impatto sociale di questo testo. «Questo autore mi ha sempre incuriosito, fin da quando l'ho incontrato la prima volta, era il '56-'57 e avevo una parte in Ekaterina Ivanovna: passava dall'ottimismo al pessimismo, dalla tenerezza alla cattiveria, mescolava tutto il magma dei colori della vita. Sapevo che un giorno o l'altro lo avrei messo in scena».
Lei ha definito questo testo teatrale «di impegno civile», di «civile utilità». Ci spiega perché?
Perché parla del gesto coraggioso di un uomo che fugge da una società che ritiene sbagliata e si rifugia in un circo, diventando un clown che prende gli schiaffi. Ho voluto però riscriverlo per l'uomo di oggi, per questo ho adattato l'originale di Andreev: ne ho fatto un testo che dia speranza di un futuro migliore, che dica che il male serve per poter poi vedere il bene, mentre in Andreev è il pessimismo che muove la fuga. Il gesto finale, l'omicidio, è infatti inconsulto, da condannare, io penso che si possa sempre sperare in una società diversa, migliore. Il testo mi è servito per parlare di come bisogna sempre lottare per la speranza del futuro, e che occorre costruirsi da soli questa speranza attraverso il lavoro. Che per noi attori è il teatro, con il suo significato di finzione positiva.
Quindi è ancora attuale questo lavoro di Andreev, per una società in crisi come la nostra, al pari di quella russa del 1917?
Certo, parlo anche dei problemi di oggi. Senza timore di tradire Andreev. Come diceva Mejerchol'd, non si deve ingolfarsi nel rispetto di un autore, ma interpretarlo. E il mio modo per farlo è anche giocoso, sorridente.
Il protagonista che fugge dalla vita e dal dolore mettendosi la maschera del clown, fa venire in mente Pirandello, che era contemporaneo di Andreev, e il suo Mattia Pascal.
Sicuramente c'è analogia. Ma Andreev non riesce a dare una via d'uscita al suo personaggio come fa invece Pirandello. L'autore russo, come faceva anche Dostoevskij, usava il racconto popolare, con delitti, delinquenti, situazioni scabrose, per attirare l'attenzione del pubblico e parlare poi di altro, della vita.
È per questo che ha scelto questa pièce per festeggiare i 30 anni della sua compagnia?
Sì, perché io ho sempre cercato l'arte non fine a se stessa ma un'arte per la vita. Per me contano le emozioni. E poi questo è un momento difficile e più che mai serve credere nel teatro. Abbiamo scelto, nonostante lo sforzo economico, di fare uno spettacolo con tanti personaggi, per dare un segnale di speranza, di vitalità, del teatro.
C'è un momento di questi 30 anni che ricorda con più emozione?
Ce ne sono tanti. Amo ancora molto questo lavoro, che si rispecchia nel pubblico, se è predisposto all'ascolto (non necessariamente all'applauso) oppure se è distratto. Sono in scena da più di 60 anni e la più grande emozione è di rendermi conto che il mio impegno artistico si fonde con l'impegno sociale. Io sono un bambino con i capelli bianchi, amo raccontare le favole, mi emoziono per la responsabilità che ho nel trasmettere un messaggio.
Quindi non avrebbe fatto altro mestiere che l'attore?
Sono salito sul palcoscenico la prima volta il 1 gennaio del 1946, avevo 15 anni e tre mesi: facevo il suggeritore in un teatrino parrocchiale a Pesaro, la mia città, e il regista mi fece salire sul palco a recitare. Non sono più sceso, e a 81 anni non sono ancora stanco.
Daniela Bruna Adami
Tweet