Angelo Zanchi si dà un contegno nel 1958, caporal maggiore alpino
16/03/2010Il paese di San Giovanni Ilarione finì in fabbrica, a far scarpe alla scuola di Angelo, il sior Zanchi di molti e l'amico Cochi di molti altri.
A fare le scarpe Angelo Zanchi aveva imparato da bambino, tra 1948 e 1953, frequentando l'istituto professionale del Don Bosco a Verona. Finita la scuola, diplomatosi poi modellista-tagliatore, un giorno l'intraprendente ragazzo della Val d'Alpone bussa alla porta di Angelo Sartori, che a San Giovanni Ilarione fabbrica scarpe da tempo: Angelo chiede in prestito alcuni attrezzi e in due giorni si confeziona, da solo, un paio di scarpe di camoscio nero.
Nemmeno il tempo per rendersi conto di saper fare un mestiere promettente che arriva il momento di partire per il servizio militare. Arruolato negli alpini, arriva al centro addestramento reclute di Montorio come caporal maggiore Zanchi. Sboccia l'amore per la penna nera del corpo, a cui rimarrà legato fino alla morte, avvenuta a 73 anni, nel novembre scorso.
Amor di patria con gli alpini, passione per il lavoro (che dopo la naja lo porta a fare esperienza in alcuni calzaturifici veronesi) e amore coniugale per la sua Luisa, la deliziosa figlia di Luigi Gambaretto, sposata nell'ottobre del 1964 e dalla quale ha avuto due figli, Loris e Fiorenza.
Nel 1962 iniziò l'avventura imprenditoriale di Zanchi nella terra natìa, lavorando in quel piccolo laboratorio di via Ca' Rosse (a cui Angelo diede il nome della sua Luisa) poi ampliato sui 1800 metri quadrati concessi dal Comune e inaugurato qualche mese prima delle nozze.
L'industrializzazione di San Giovanni Ilarione era partita: grazie al nuovo calzaturificio trovarono lavoro altre 40 persone, e con l'ampliamento del 1965 furono creati ben 130 posti di lavoro.
Lavoravano gli ilarionesi, ma gli operai salivano sulle corriere per andare a lavorare a San Giovanni; crescevano i dipendenti, e le commesse. Nel 1972, alla presenza di Guido Gonella, il grande politico democratico cristiano veronese, padre costituente e ministro, fu inaugurato il calzaturificio Valbrunella. Proprio Gonella consegnò a Zanchi le insegne di cavaliere. Quattro anni più tardi sarà commendatore. Intanto i dipendenti erano diventati 500, mentre altrettante famiglie potevano vivere grazie ai due calzaturifici e all'indotto che creavano. Zanchi pagava ai suoi collaboratori la scuola professionale, ad altri sistemava i familiari, con posti in fabbrica o a cucire tomaie in casa. Albino Gambaretto dovette smettere di lavorare il giorno in cui subì un incidente, proprio davanti alla fabbrica: «Trascorsi 13 mesi in ospedale, eppoi mi ritrovai su una sedia a rotelle. Ma a casa c'erano tutte le buste paga. Fui pagato fino alla pensione».
Quante persone ha aiutato Zanchi, senza vantarsene, fedele al suo motto da calzolaio: «Cucire con punti piccoli e invisibili, quelli che tengono». Era al Cochi che il sindaco di allora (che è anche quello di oggi) si raccomandava per i bisogni del paese. Domenico Dal Cero andava alla Valbrunella e il problema era risolto, a patto però che non si sapesse che dietro c'era el Cochi. E così furono aiutate associazioni, istituti di assistenza, persone in difficoltà. Venne su così la scuola materna, arrivò il primo campo da calcio del paese e anche le maglie della quadra, le divise del coro El Vaio di Chiampo e quelle della banda Giuseppe Verdi di San Giovanni e Montecchia. Quella fu l'unica volta che chiese qualcosa in cambio. «Dài tosi», domandò ai musicisti, «fasì Trentatrè!»
Paola Dalli Cani