martedì, 22 maggio 2012

Volti di Negrar

Volti di Negrar

Il poligamo per arte. Tre matrimoni e nello stesso giorno

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Imerio Damoli, fotografo (1930-1975), con la sua Rolleiflex

02/03/2010Tanto gli piaceva il matrimonio, che arrivò a farne tre, e nello stesso giorno: «Che bello fotografare gli sposi al loro arrivo in chiesa, fissare per sempre sulla pellicola i sorrisi radiosi e la felicità». Nel settembre 1973 fece ben 21 matrimoni, il suo primato. Ma immortalava anche il Palio del Recioto, concerti della Contea del Vino, investiture dei cavalieri Snodar e i morosi: i fidanzamenti si ufficializzavano a Pasquetta, nel suo studio. Le fototessere invece le faceva la domenica mattina: i clienti arrivavano dopo la messa, con il vestito delle feste. Per le foto segnaletiche dei carabinieri bisognava correre anche di notte sul luogo dell'incidente oppure in caserma: reperibilità 24 ore su 24 e sangue freddo. Imerio Damoli è stato il primo fotografo di Negrar.
Nato il 29 novembre 1930, quando il padre era l'oste «dal Gildo», il ragazzo provò a fare l'apprendista falegname dal Pinaroli, a Santa Maria. Ma non era posto per lui, tranne che per conoscervi Anna, figlia del paròn: la sposò nel 1962 al Tempio Votivo di Verona.
La passione fotografica c'era già, e presto si trasformò in mestiere: dopo le foto per sport (d'inverno sciava e nella bella stagione andava in bici), con l'inseparabile Rolleiflex — affidabile macchina tedesca, biottica — arrivò alla Leica.
L'avanzare della tecnologia non lo spaventava, per l'attrezzatura voleva sempre il meglio. Nei primi anni Settanta acquistò un macchinario per foto industriali e pubblicitarie. Peccato che non fece in tempo a impratichirsi, perché morì nel 1975 a 45 anni, colpa forse di acidi, solventi e sostanze tossiche che maneggiò e respirò per anni in camera oscura. Ha lasciato centinaia e centinaia di fotografie ai figli Paola e Fabio, nati nel 1964 e 1968, che hanno seguito entrambi le orme del padre. Paola gestisce il negozio in centro a Negrar, insieme al marito Carlo Giacomello, da architetto diventato ottico, contagiato dal mal di famiglia; il fratello ha studio fotografico a Domegliara.
Imerio fu autodidatta. Capito che non voleva fare il falegname, a 28 anni cominciò a scattare foto. Mise in piedi uno studiolo sopra l'osteria del padre, era il 1958. L'attività cresceva e si allargò, arrivando in centro a Negrar: prima affittò una stanza nella casa in stile liberty vicino al progno (oggi c'è una banca); poi, negli anni Sessanta, aprì bottega nella centralissima via Mazzini, a pochi passi dal municipio e dalla chiesa.
Con le sue storie matrimoniali si potrebbe sceneggiare una telenovela. Passò alla storia il litigio sui gradini della chiesa. Era tutto pronto, Imerio era al suo posto. Ma gli sposi cominciarono a litigare. «Papà», racconta Paola, «tornò a casa dicendo che era saltato tutto e che i due se n'era andati ciascuno a casa propria. Non era mai accaduto nulla di simile, ne parlò tutto il paese». Ma la storia è a lieto fine: «Pace fu fatta, il matrimonio si celebrò qualche tempo dopo e papà scattò le foto di rito».
Imerio fu un innovatore. Il suo amico Rico Bertani non ne poteva più di subire furti nel suo negozio di radio, antenne e televisori in via San Martino, sempre in centro a Negrar. Imerio studiò e montò per lui un sistema di cavi collegati a una macchina fotografica, che veniva azionata non appena qualcuno si introducesse in bottega. Funzionò: un ladro fu immortalato, con un bel primo piano, in flagranza di reato, così fu individuato e arrestato. «I carabinieri chiesero informazioni dettagliate a mio padre sul funzionamento del dispositivo», conclude Paola. «Era stato inventato un prototipo delle attuali telecamere a circuito chiuso».
La vita del fotografo non aveva orari, richiedeva intraprendenza e quella che oggi si chiamerebbe flessibilità. La bottega era sempre aperta, anche la domenica. Ma il venerdì pomeriggio Imerio staccava: per studiare, aggiornarsi, fare una gita in montagna o una visita agli amici, il collega Tiziano di San Giovanni Lupatoto o Gianni Mion dell'omonimo mobilificio negrarese. Il legno gli piaceva, anche se lui era finito fotografo e non falegname. Ma allora, nell'era predigitale, anche la sua fotografia era mestiere in cui sporcarsi le mani. Il cuore mai.

Camilla Madinelli



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