martedì, 22 maggio 2012

Volti di Bardolino

Volti di Bardolino

Preonda, pietra magica che fa cantare cent'anni

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Giovani negli anni '30 fotografati sopra la preonda

23/03/2010Canta che ti passa il mal d'amore. Canta che farai ritorno al paese amato, canta che avrai fortuna e felicità. Ma vale soltanto se fai un giro attorno alla preonda, il grande tavolo in pietra simbolo di Bardolino, un tempo padrone del corso, vicino al palazzo municipale, e ora invece sulla riva, a due passi dal porticciolo. Così almeno secondo la canzone-valzer La Preonda, versi e musica di quel prolifico musicista e paroliere che fu Vittorio Bettega, un lombardo nato nel 1909 sul lago di Como che alla fine mise radici sul Garda. È morto da trent'anni, ma ha lasciato un numero incredibile di composizioni legate ai paesi lacustri e al territorio veronese, alle tradizioni e a un antico sentimento popolare.
Bardolino è da sempre un paese di musicisti e canzonieri, nativi o ispirati dalle acque del lago, come il Toti, Ginetto Baccolo, Vincenzo Borea, Carmelo Preite, Dante Peretti, Flavio Martinelli, Luciano Beretta, Mario Chiesa, Giuseppe Torresani, Jan Langsoz e tanti altri. Ma prima di Bettega, che lavorava nei trasporti e aveva passione per le note e per le trote, nessuno aveva pensato di dedicare una canzone alla preonda. Punto di ritrovo e scambio per pescatori, fidanzati e oratori era, da tempo immemorabile, la preonda. Gli anziani di Bardolino ricordano che vi si facevano trattative, si scambiava la merce, si parlava tra amici, si facevano le arringhe, si amoreggiava. Il luogo deputato era sempre la storica pietra, la preonda, cambiavano solo l'ora o il giorno della settimana, a seconda delle diverse attività. Preonda, in dialetto, starebbe per grossa pietra. E la preonda lo è. Il resto lo ha fatto la storia o forse la leggenda.
Poco prima di testo e musica, in onore del mitico tavolo di pietra nacque nel 1965 il circolo culturale omonimo, ancora oggi attivo grazie alla passione di Lisi Lonardelli e di altri bardolinesi. Quest'anno il gruppo, di cui Bettega fu un attivo sostenitore, spegne 45 candeline e festeggia tanti anni di mostre, iniziative, gite, conferenze e canzoni.
La storia è ben ricordata dalla vedova del musicista, Romana Gottardo, 94 anni portati con grazia e lucidità, nata nel dicembre 1915 a Nervesa della Battaglia, in provincia di Treviso. «Ero sempre con mio marito, abbiamo condiviso tutto», dice sorridendo. Incontriamo la signora alla casa Villa Serena di Bardolino, dove è venuta ad ascoltare un gruppetto di suoi coetanei che tengono in allenamento tutte le settimane corde vocali e buonumore. La loro attività canora ha permesso il recupero e la trascrizione di vecchie cante che altrimenti finirebbero nell'oblio. Il più giovane di loro ha una settantina d'anni, la decana è Carla Maffei, che ha spento 101 candeline e si è guadagnata il titolo di direttrice del coro. Con l'aiuto di alcuni musicoterapeuti della cooperativa Gocce Musicali, guidati da Elisa Berton, i nonnini bardolinesi di Villa Serena cantano e suonano le musiche dei loro tempi. Il classico dei classici, naturalmente, è La Preonda. Romana Bettega, la vedova del compositore, ricorda gli anni del loro matrimonio, il trasferimento da Milano al lago di Garda negli anni Sessanta, le serate passate con gli amici in qualche taverna a organizzare gite e occasioni culturali, i brani musicali scritti e cantati, le lunghe attese a riva prima che un pesce abboccasse all'amo. Perché fu proprio la pesca a trascinare Bettega a Bardolino. L'ispirazione musicale giunse subito dopo.
«Appena arrivato si mise a fare subito canzoni, era un poeta nato», racconta Romana. «Quella sulla preonda arrivò tra le prime. Simpatico, solare, grande fumatore, amava stare in compagnia. Era iscritto alla Siae, la società degli autori, dal 1939 con la qualifica di paroliere, il che non era per niente facile all'epoca». Tanti paesi lo ispirarono, da Bardolino a Garda senza dimenticare l'entroterra, la Valdadige con lo spettacolo della Chiusa di Ceraino o la Valpolicella con i suoi vigneti. Amore e felicità, ma anche ricordi dolorosi al centro delle sue composizioni. Scrisse tra le altre le parole dell'Inno a Volargne, su musiche di Carlo Donatoni, in ricordo di quel terribile 21 novembre 1944 in cui il paese fu distrutto dall'esplosione di alcuni convogli carichi di tritolo sulla linea ferroviaria del Brennero. Eppure anche lì la canzone tradisce l'inguaribile ottimismo di Bettega, la sua voglia di sorridere alla vita: «Scordato è il triste giorno ormai», dice il testo, «noi non serbiam rancore, noi siamo Volargnesi e il nostro motto è amore».
Il poeta dialettale Bepi Sartori, storico cantore della formazione maschile La Chiusa, che contempla anche alcuni brani di Bettega nel suo ricco repertorio, lo ricorda «cordiale, simpaticissimo, sempre disponibile. Ci seguiva spesso nelle uscite per i concerti, tante volte in compagnia della moglie».
Oltre alla signora Romana, a cui dedicava poesie e lettere, l'altro suo grande amore fu sicuramente Bardolino e il lago, la cui aria salubre era un toccasana per la sua tosse.
Da chi aveva preso la passione per la musica e le parole? «La sua era una famiglia particolare, l'estro artistico era di casa», dice la vedova. E il calciatore Roberto Bettega, invece, ieri attaccante o oggi diirigente della Juventus? «Lontanissimo parente», taglia corto. Niente calcio, siam musicisti.

Camilla Madinelli



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