TARDELLI. L’urlo dell’attaccante dopo il suo gol del 2-0 nella finale con la Germania ai vittoriosi mondiali di Spagna nel 1982: è l’icona degli azzurri
15/05/2010Per capire se li porta abbastanza bene da risultare ancora desiderata e amabile — e abbiamo in merito parecchie perplessità — bisognerà attendere la trasferta in Sudafrica, ma è un dato di fatto che la Nazionale italiana ha raggiunto il traguardo dei cent'anni. Prima partita, alla gloriosa Arena di Milano, il 15 maggio 1910, contro la Francia, cui rifiliamo un sei a due, inaugurando una tradizione tutto sommato di superiorità, almeno nel football, con i cugini transalpini, eccezion fatta per l'era Platini, e per i Mondiali francesi del 1998, ove peraltro Zidane e compagni ci hanno fatto fuori solamente ai rigori. Poi ci siamo rifatti agli ultimi Mondiali del 2006, con la testata di Zizou al «prode» Materazzi e la nostra vittoria in finale sempre ai rigori.
Ma più gratificante ancora era stato il tre a uno con cui avevamo spadroneggiato, in casa loro, ai Mondiali del 1938, nei quarti di finale. Avremmo vinto allora il nostro secondo Campionato del Mondo, nuovo trionfo calcistico del regime fascista, ma questa volta, diversamente da quattro anni prima, senza gli aiuti casalinghi in nome di Mussolini. La squadra azzurra del 1938 vinse con pieno merito, battendo, agli ordini dell'allenatore Vittorio Pozzo, compagini apparentemente favorite come il Brasile e soprattutto, nella finale parigina, un'Ungheria già espressione del calcio europeo più bello a vedersi fino agli anni Cinquanta, tanto da far scuola. Era la squadra del portiere veronese Aldo Olivieri, di Piola e Meazza, di Giovanni Ferrari e Amedeo Biavati, ala destra del Bologna «che tremare il mondo fa», reso immortale dall'invenzione del doppio passo che lasciava sul posto i terzini.
Insomma, oggi la Nazionale ci pare acciaccata anzichenò (pensarlo e dirlo di solito ha portato bene), negli ultimi anni è stata spesso molto noiosa, e il pubblico italiano, da più parti, ha mostrato una crescente indifferenza. Ma i fatti dicono che la maglia azzurra è uno dei simboli di cui a ragione possiamo essere orgogliosi. Soltanto il Brasile ha vinto più Mondiali di noi (cinque a quattro). Hanno avuto un bel vantarsi gli inglesi, di esser stati gli inventori del calcio moderno, visto che hanno vinto soltanto un Mondiale, quello in casa loro, nell'estate del 1966, per di più rubacchiando il trofeo con arbitraggio decisamente a loro favore nella finale contro la Germania di Beckenbauer e Seeler.
In Europa nessuno come noi. Dopo i tempi pionieristici pre-Grande Guerra e i successi nel ventennio fascista (oltre ai Mondiali del 1934 e del 1938 c'è anche l'alloro olimpico a Berlino nel 1936), ci son trent'anni di vacche magre. La Nazionale Italiana del 1950 — già di per sé squadra modesta avendo perso l'anno prima tutto il Grande Torino (che costituiva praticamente per intero l'undici titolare) nel disastro aereo di Superga — va ai Mondiali in Brasile addirittura in nave, tre settimane di viaggio per farsi eliminare dalla Svezia di Jeppson (che poi sarebbe venuto a giocare in Italia, nel Napule del Comandante Lauro, inaugurando l'usanza di comprare chi ti ha bastonato, e compare a caro prezzo, per la cifra allora record assoluto di 105 milioni di lire).
Nei Mondiali successivi cadiamo ignominiosamente in serie contro Svizzera, Irlanda del Nord, Cile, e poi a Middlesbrough. Quella sconfitta del 1966 contro la Corea del Nord, con una disfatta tanto storica da entrare nel vocabolario come era successo con Waterloo e Caporetto. Tutti si ricordano ancora che Pak Doo Ik, il nordcoreano che ci eliminò dal Mondiale d'Inghilterra, era di professione odontotecnico. Due anni dopo, però, c'è la riscossa ai Campionati Europei, vinti dopo un doppio confronto con la Jugoslavia. Poi Mexico 70, coppa vinta dal Brasile di Pelè, ma con la vittoria morale dell'Italia per «la» partita del secolo, quel 4-3 da cardiopalma contro la Germania, giustamente ricordato da una lapide nello stadio dove si disputò «la» partita, già diventata spunto per libri, film, poesie. Eppoi il vaffa di Giorgione Chinaglia a Valcareggi a Monaco 74, fino al trionfo spagnolo del 1982, immortalato dal faccione sorridente di Sandro Pertini saltellante in tribuna, dalla partita a carte in coppia con l'allenatore sull'aereo del ritorno trionfale («hai sbagliato, Bearzot, hai sbagliato!») oltreché dall'urlo vincente di Marco Tardelli. In Italia si scatenò una spontanea festa, davvero nazionale, in tutte le città. Dalle soffitte vennero riesumati per i festeggiamenti Tricolori dimenticati da decenni, parecchi ancora con lo scudo dei Savoia. Quella fu l'ultima Nazionale che faceva girar la testa. Ma presto torneremo a sentire l'inno di Mameli, magari con la cabaletta iniziale (Pa-parapà--parapà-pà-pà). E ci sentiremo italiani.
Beppe Montresor