Franco Zeffirelli in Arena nel 2001
17/06/2010Nella lunga carriera internazionale di Franco Zeffirelli, regista, scenografo teatrale e cinematografico, contrassegnata da premi e riconoscimenti di ogni sorta (come non ricordare i cinque Nastri d'argento e la nomination agli Oscar americani) mancava un festival lirico interamente dedicato alla sua figura. L'opportunità gliel'ha concessa quest'anno la Fondazione Arena, nell'affidargli l'intero cartellone del suo festival estivo. Un impegno di ben cinque opere che lo stesso regista considera «gravoso oltre misura trattandosi di capolavori che rappresentano i fondamenti della nostra storia lirica». Ma anche «un riconoscimento che non mi aspettavo e che mi fa quasi piangere e riempire di orgoglio. Forse nessun altro regista ha potuto godere di un tale privilegio, per cui l'evento è ancora più straordinario»
L'amore di Franco Zeffirelli per Verona è cosa risaputa. Ma quello per l'Arena lo è in particolare, per gli avvenimenti artistici che si sono svolti al suo interno, in tanti anni di spettacoli, e per tutti quegli artefici che hanno contribuito a esaltarne i successi. Maria Callas in primis. Zeffirelli l'ha tanto amata da dedicarle anche il film Callas forever. Eppoi non bisogna dimenticare un altro grande artefice areniano, tanto apprezzato dal regista fiorentino, che ha retto non solo le redini dell'anfiteatro e delle sue stagioni (dal 1971 al 1982), ma che ha contribuito a gestire e rilanciare, per oltre un decennio, le sorti dei festival shakespeariani al Teatro Romano del dopoguerra (1954- 1966): il sovrintendente Carlo Alberto Cappelli.
CAPPELLI fu un formidabile organizzatore teatrale e a lui si deve anche la costituzione della Compagnia dei Giovani (quella con Maria Guernieri, Giorgio De Lullo, Nando Gazzolo per intenderci) e di altre manifestazioni al Giardino Giusti e a Castelvecchio. Nel 1964 commissionò a Franco Zeffirelli, per quello che fu il suo vero debutto veronese, la regia del Romeo e Giulietta al Teatro Romano, nella versione di Gerardo Guerrieri, con attori del calibro di Osvaldo Ruggeri (Tebaldo), Alfredo Bianchini (frate Lorenzo), per arrivare al Romeo di Giancarlo Giannini, alla Giulietta di Anna Maria Guarnieri e alla balia di Lina Volonghi. Le scene furono dello stesso Zeffirelli, i costumi di Peter Hall, le musiche di Nino Rota (!) e la coreografia di Alberto Testa.
Zeffirelli rimase da allora sempre affezionato a Cappelli. Nel Natale del 1970 Cappelli divenne sovrintendente dell'Arena e pensò più volte, durante il suo mandato, di affidare una regia lirica a Zeffirelli.
Ma gli impegni del regista e altri disagi organizzativi lo impedirono ripetutamente. In quegli anni Franco Zeffirelli era poi impegnato nei celebri film Fratello sole, sorella luna (1971) e Gesù di Nazareth (1977). Aveva a che fare infine con Il campione (1979), girato negli Stati Uniti e con Amore senza fine del 1981.
La sua grande passione per la lirica — nata alla scuola di Luchino Visconti, di cui era stato giovane aiuto proprio a Verona, per girare Senso — lo portava poi nei massimi teatri europei e americani, dal Metropolitan di New York (con Don Giovanni, Otello, La Traviata, Tosca, Turandot), allo Staatsoper di Vienna (per La Bohème e Carmen), al Covent Garden di Londra in Lucia di Lamermoor, Tosca e Rigoletto, all'Opera di Parigi con Norma e La Traviata e naturalmente alla Scala di Milano dove rimase celebre una sua messa in scena della Bohème, più volte ripresa, nonché il dittico Cavalleria rusticana - Pagliacci (1981) assieme alla Turandot del 1983. Ma già La Traviata del 1982 lo aveva a lungo impegnato, quella che vinse anche il Premio Bafta per i migliori costumi e le scenografie.
Questo per dire quanto ci siamo persi in passato. Ma è al presente che guarda il maestro, anche se gli 87 anni l'hanno indotto a dichiarare che questa Turandot areniana rappresenterà per lui «il canto del cigno». Come sarà?
«Ho pensato molto», risponde Zeffirelli, «a come avrei voluto allestirla, rifacendomi in parte ad altri allestimenti negli Stati Uniti e alla Scala. L'ho immaginata con una reggia imponente e misteriosa, che sovrasta una popolazione di miserabili, fedeli e ubbidienti. Una reggia "al tempo delle favole" come scrisse Puccini, che si illumina tutta nel momento fatidico dello sgelo amoroso della principessa. Non so ancora come finirà, per i tempi a disposizione, che non sono mai sufficienti data la grandiosità e la complessità degli spazi areniani. Forse cambierò o toglierò qualcosa del finale»
Ritorna sul palcoscenico più grande del mondo anche la sua Aida, «un pianeta di sovrumana bellezza e ricchezza», come ama definirla. «Già», continua il regista. «Da quando la vidi per la prima volta qui in Arena, ragazzino, Aida mi ha sempre fornito elementi per sollecitare la fantasia. La vicenda che Verdi ha musicato nella sua maturità è una storia di amori difficili, di orgoglio, di passioni, ma anche di dolore e di fatalità.
Per quest'ultimo aspetto ho immaginato la presenza inquietante di una creatura spirituale, che non sta scritta nel testo: la sacerdotessa Akmen, ispiratrice di energie celesti nei momenti nodali della storia di Aida, Amneris e Radames e protettrice del loro difficile cammino»
Ancora Carmen, che ha sempre portato successo in Arena. «Sarà nella versione della scorsa estate e con la stessa impostazione. L'opera non si presta a grandi cambi interpretativi, perché è una commedia amara, un divertimento. E pesantissima da mandare avanti per i diversi personaggi che la popolano, apparentemente scherzosi, ma in realtà gente di cultura e personalità». Il Trovatore torna nell'allestimento del 2001: ancora attuale? «Lo spero proprio! L'opera si presta molto agli spazi areniani, anche per l'immediatezza che ha impresso Verdi con la sua musica e con una storia molto legata al fuoco, densa di contrasti drammatici. La caratterizzazione di Azucena, la zingara fattucchiera, incisiva e tipica dello stile verdiano, servirà a incrementarli, specie nel celebre racconto del secondo atto e nella scena finale. Per dare valore all'opera occorrevano tinte vivide e forti. Per questo mi servirò di alcune proiezioni».
A completare il quadro resta la piccola Cio-Cio-San di Madama Butterfly. «Un'opera difficile da portare in Arena, per i suoi sentimenti grandiosi, ma molto raccolti e intimi. Bisognava inquadrarli in un aspetto più areniano. Ho pensato di ambientarli nel quartiere dei piaceri di Nagasaki, posato su una ridente collina di fiori e di siepi, da cui si può ammirare il porto e la città. Qui nascerà l'amore tragico della piccola giapponese, che non vorrà tornare alla sua condizione di schiava d'amore e che si sacrificherà per dare al figlio un futuro di migliori speranze».