martedì, 22 maggio 2012

La città da scoprire

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Piazzetta Tirabosco, un angolo di Venezia

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Piazzetta Tirabosco

02/08/2010Tra piazza Erbe, via Pellicciai e corso Porta Borsari, c'è un angolo nascosto, nonostante si tratti di un luogo centralissimo. Stiamo parlando di piazzetta Antonio Tirabosco, intitolata a un letterato e scienziato naturalista del Settecento, che nacque, nel 1707, al numero 2 del vicino vicolo di San Marco in Foro. Ha scritto un poemetto che ebbe parecchia fortuna, intitolato «L'uccellagione».
In passato, piazzetta Tirabosco era denominata anch'essa San Marco in Foro, come i vicini vicoli, in riferimento alla chiesa ricordata fin dal 1172, con l'appellativo di San Marco alle carceri. Se si osserva bene l'edificio basso al centro, che da molti anni è un locale pubblico, non è difficile scorgere un'abside e qualche altro elemento architettonico che rivelano forme sacre. Recenti ricerche hanno dimostrato che, nell'alto medioevo, qui c'erano le prigioni. Era la chiesa parrocchiale di questa zona, in passato, una contrada, assai popolosa: fu soppressa dalle leggi napoleoniche del 1807.
Questa piazzetta, se avesse un pozzo al centro, sembrerebbe quasi un campiello veneziano. Ad ogni modo, qui ci si dimentica di essere a pochi metri da via Mazzini. Un pozzo, comunque, è stato collocato nel 1986, nel vicino vicoletto. Di fronte al locale pubblico, una lunga gradinata corre alla base di un alto edificio, ai lati del quale vi sono due scalette che scendono in via Pellicciai. A sinistra, un palazzo antico, con lo stemma sul portone e un'ampia loggia sopra il tetto.
Questo angolo è importante soprattutto per la storia archeologica di Verona: gli studiosi del passato ritennero che qui sorgesse il Campidoglio; invece, nel 1986, è stata localizzata la Curia romana. Era un'ampia aula a pianta quadrata (27 per 78 metri), preceduta da un portico, costruita nel I secolo dopo Cristo, come sede delle riunioni dell'Ordine dei Decurioni. Da piazzetta Tirabosco per corticella San Marco in Foro, si va al tempio della ristorazione veronese, i «Dodici Apostoli», da tre generazioni della famiglia Gioco. Molto bella, l'insegna in ferro battuto con un'antica lampada, avvolte da un rampicante. Invece, dall'altra parte, si va in vicolo San Marco in Foro, dove si scopre uno splendido capolavoro del Cinquecento, del quale purtroppo restano sbiadite tracce.
Basta alzare gli occhi: di fronte c'è un edificio ad angolo con le facciate tutte affrescate. Si tratta di Casa Trevisani-Lonardi, con affreschi di Giovanni Maria Falconetto. Nato a Verona nel 1468 e morto a Padova nel 1535, architetto, pittore e scenografo, Falconetto si formò a Roma, confermando il suo talento prima a Verona e poi a Padova, al fianco di Alvise Cornaro, del quale progettò la splendida Loggia. Tornò in riva all'Adige, agli inizi del Cinquecento, per lavorare come pittore prediletto nella cerchia politica dell'imperatore Massimiliano, quando nel 1509, conquistò la città.
Fra le opere veronesi, questa di casa Trevisani-Lonardi è ritenuta il suo capolavoro, ma notevoli anche gli affreschi a grande architettura che incorniciano le cappelle e gli altari della parete destra del Duomo. Su casa Trevisani-Lonardi, Falconetto ha creato una decorazione articolata da pilastri e fregi in 16 campiture. Si scorgono, però, solo tracce, peraltro suggestive. I temi scelti sono di ispirazione classica, legati a quest'area di origine romana: cacce, sacrifici, oracoli, battaglie e vittorie. Lo stesso palazzo, del resto, fu progettato tenendo conto degli affreschi, con le finestre disposte in modo tale che vi fosse una superficie adatta ai dipinti. Le figure sono state eseguite con colori a pietra chiari, biancastri, che dovettero dare l'impressione di essere in rilievo.
Non è possibile stabilire la tematica di tutte le rappresentazioni, ma ci sono alcune iscrizioni che illustrano le immagini corrispondenti. Attualmente sono abbastanza visibili tre scene con figure: un soggetto mitologico, sulla facciata laterale, e scene di un sacrificio e di una battaglia di cavalleria, sulla facciata principale. Sotto la battaglia, si legge «Romanorum victoria» (la vittoria dei Romani). Nell'ultima campitura, deboli tracce, al piano superiore, di Pace e Marte e, al piano inferiore, di un gruppo di prigionieri con l'iscrizione «captivos adducunt Romani» (i Romani portano via i prigionieri). Da qui, girando a destra, si entra in vicoletto cieco pozzo San Marco, dove, dal 1986, è stato collocato, con il benestare del Comune, il «pozzo dell'amore».
Si tratta di una simpatica iniziativa di Oreste Dal Zovo, titolare della vicina enoteca, che, con un gruppo di amici (fra essi, due persone che non ci sono più: il giornalista e critico musicale del nostro giornale, Carlo Bologna e il fotoreporter Giampietro Bonini), ha pensato di creare, nel 1994, una curiosa attrazione turistica. Il pozzo sistemato nel vicoletto è antico e, del resto, lo stesso toponimo lo menziona. Ma, l'iniziativa, ancora oggi, è assurdamente contrastata da alcuni veronesi, sebbene i turisti cerchino il pozzo, perché riportato dalle guide, gettando una monetina per vedere avverati i propri sogni d'amore.



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