martedì, 22 maggio 2012

L'Arena ricorda Wojtyla

L'Arena ricorda Wojtyla

Giovanni Paolo II, il pellegrino «globe-trotter» della fede

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Papa Wojtyla nella «sua» Cracovia durante la visita in Polonia nell’agosto del 2002

27/04/2011«Il Papa si fa globe-trotter, anche se per questo qualche volta è molto mal visto, per rispondere a una provocazione che la Chiesa ha avuto dallo Spirito Santo con il Concilio Vaticano II, per assolvere un compito nuovo: tutta la Chiesa deve comprendersi e vedersi in modo nuovo, più approfondito, in tutto il mondo e il Papa deve farsi protagonista di tale compito». Così sull'aereo che nel 1989 lo riportava a Roma dalle isole Mauritius, Giovanni Paolo II spiegava il motivo dei suoi viaggi. E se Paolo VI era stato definito un Papa «pellegrino», Giovanni Paolo II ha battuto ogni record, viaggiando quasi 27 anni di pontificato per un totale di oltre 800 giorni nel mondo e in Italia, percorrendo 1.247.613 chilometri, più di 30 volte la circonferenza terrestre.
Ha visitato 129 Paesi diversi, senza però recarsi in Russia, in Cina, in Vietnam. Duecentoquarantotto le missioni fuori dal Vaticano: 104 i viaggi internazionali; 144 in Italia. Eletto nell'ottobre del '78, Wojtyla parte per il suo primo viaggio pastorale all'estero il 25 gennaio 1979, destinazione Repubblica Domenicana, Messico e Bahamas. Ultimo viaggio internazionale è quello a Lourdes del Ferragosto 2004.
Ma a segnarlo fu il primo. In Messico «doveva» andare per aprire la Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano a Puebla. Un viaggio confermato da Giovanni Paolo I, morto dopo appena 33 giorni e fissato di nuovo da Giovanni Paolo II che lì a Puebla, in Messico, davanti alla folla immensa comprende che il papato deve percorrere le strade di tutto il mondo, nonostante le resistenze della Curia.
Ci sono viaggi che hanno inciso fortemente, come quello a Beirut, o in Albania, o a New York al Palazzo di Vetro. O come quello a Cuba: il 21 gennaio del 1998 in un Paese comunista incontra un leader come Fidel Castro e dice: «Che Cuba possa aprirsi al mondo con tutte le sue magnifiche possibilità e possa il mondo aprirsi a Cuba». Ci sono, poi, i viaggi che hanno provato a riunificare i cristiani d'Occidente e d'Oriente, perché la Chiesa «deve respirare con due polmoni». C'è il pellegrinaggio in Terra Santa, che porta dapprima Giovanni Paolo II sul Monte Nebo, come Mosé, a guardare la terra promessa e poi a Betlemme dove scende malfermo la scala nella Grotta della Natività. Oppure a Gerusalemme, dove, dopo aver posato nel Muro del Pianto il suo biglietto di perdono, si fa portare al Santo Sepolcro, per pregare in solitudine.
Il Papa - ha detto una volta Wojtyla - «deve avere una geografia universale». E aggiungeva: «La mia spiritualità è un po' geografica».
I suoi viaggi hanno avuto sempre una connotazione precisa, cercando di tracciare, nei discorsi, il significato della presenza di quella nazione nel contesto internazionale ed universale.
Per questo ha sempre incontrato capi di stato e di governo, esponendosi a possibili strumentazioni, come quando in Cile il generale-dittatore Augusto Pinochet con uno strappo al cerimoniale previsto lo portò ad affacciarsi accanto a lui davanti alla folla.
Karol Wojtyla da parte sua ribadiva che un colloquio con politici che non rispettano i diritti umani non equivaleva a una approvazione da parte della Chiesa. E pur dando importanza ai rapporti con gli Stati, Giovanni Paolo II intendeva parlare direttamente ai popoli.

Fabrizio Mastrofini



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