«Libiamo!»: il soprano albanese Ermonela Jaho, al centro in abito bianco, che domani debutterà come Violetta, nella scena del brindisi dalla Traviata di Giuseppe Verdi, come inscenata il primo giugno scorso per il galà in Arena trasmesso in diretta da Rai1
16/06/2011La Traviata riaprì l'Arena nel 1946, dopo i disastri della guerra, promettendo con il suo brindisi tempi migliori. Anche questo festival operistico rinnova la speranza per il futuro: per la prima volta sono in cartellone sei opere, sostenute da un cast che per il 50 per cento è formato da interpreti giovani.
L'Arena tenta un esperimento con il Romeo e Giulietta di Gounod: si vorrebbe che diventasse un appuntamento fisso, nella città degli innamorati, ma il responso lo darà il pubblico. Intanto l'Arena guarda al futuro ricorrendo ancora al nome di quel Verdi e di quei suoi capolavori che 150 anni fa rappresentarono la colonna sonora per l'unità d'Italia. Nell'anno dell'anniversario abbiamo capito quanto significhi, per l'Italia, qualla musica romantica: chi l'avrebbe detto, solo un paio d'anni fa, che una sera in diretta tv avremmo visto e sentito tutti i 12mila dell'anfiteatro cantare l'Inno di Mameli? Lo straordinario coro si ripeterà domani, quando in Arena ci sarà il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Dunque viva Verdi! Un autore dalla personalità complessa, che seppe unire l'ardore patriottico allo slancio creativo: artefice di un linguaggio musicale e di una arte drammatica in cui da anni l'anima italiana si riconosce. Certo la vastità dell'Arena ha sempre privilegiato le parti trionfali ed eroiche delle opere piuttosto che quelle intimistiche. Ma La Traviata, inscenata da uno specialista come Hugo de Ana, saprà comunque avvincere gli spettatori areniani. Violetta, la protagonista (domani, alla «prima», sarà il giovane soprano albanese Ermonela Jaho) è una creatura femminile, unica, che Verdi non sarà più capace di ripetere. Potrebbe scendere dal palcoscenico ed entrare in platea così come è: ai tempi di Verdi (l'opera, scandalosamente, era ambientata nella Parigi contemporanea), ma anche oggi. Pretty Woman l'ha dimostrato. Con abilità estrema e commovente Verdi è riuscito a ritrarre l'animo femminile in una sintesi che riassume i tre volti dell'esperienza amorosa di una donna: la bellezza che si fa culto nella libertà, l'affetto di amante, il sacrificio dell'amore materno, anche se non realizzato. Il regista e scenografo Hugo De Ana ha a portata di mano due giovani protagonisti, la citata Ermonela Jaho e il tenore Francesco Demuro, che sicuramente rappresentano il meglio che oggi possa dare il teatro lirico, per esuberanza giovanile e prestanza fisica. Le esperienze di un direttore navigato come Carlo Rizzi e la nobiltà di accento del baritono Vladimir Stoyanov (papà Germont) non potranno poi che garantire una chiara affermazione all'opera.
L'Aida nella versione storica del 1913 (ci avviciniamo al centenario!) si rivede nell'attuale stagione e compie l'ennesimo trionfo: risulta ben più viva e moderna di tante acclamate produzioni dei nostri giorni e si dimostra non solo una ricercatezza da archeologia scenografica, ma il più significativo, oltre che il primo, spettacolo verdiano dell'Arena. Gianfranco De Bosio, nel dedicarsi al rifacimento del lavoro compiuto nel 1913 da Ettore Fagiuoli, si muove da una rivalutazione delle idee originali concepite dallo scenografo padre degli spettacoli areniani.
Già nel 1982 (con la collaborazione di Vittorio Rossi) si ebbe paradossalmente in Arena un'Aida che appariva rispondente al gusto contemporaneo, anche se si rifaceva a un modello anteriore di settant'anni, rivissuto con particolare vitalità teatrale: la smentita di una certa tendenza involutiva che l'opera ebbe sempre in Arena in funzione del facile coinvolgimento del pubblico.
Cosa ci indica allora l'Aida del 1913 ripensata da De Bosio, dopo il riadattamento scenico di Rinaldo Oliveri degli anni Novanta ? Che nel melodramma romantico italiano certi codici rappresentativi vanno rispettati criticamente. Difficile ipotizzare, anche oggi, uno spettacolo che prescinda dall'esotismo, ma inutile riproporre anche l'Egitto «salgariano» (a proposito di centenari...) che ha troppo gravato su una lunga tradizione esecutiva.