martedì, 22 maggio 2012

Dal Baldo al Carega, i rifugi veronesi

Dal Baldo al Carega, i rifugi veronesi

Il Cai di Verona dice addio ai rifugi Biasi e Fronza

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Il rifugio Biasi sulle Alpi Breonie

20/06/2011Gli accordi sono accordi, anche se stipulati più di mezzo secolo fa. E così dal 31 dicembre 2010 il rifugio «Gino Biasi» al Bicchiere, sulle Alpi Breonie, e il rifugio «Aleardo Fronza» alle Coronelle, sul Catinaccio, sono tornati di diritto alla Provincia autonoma di Bolzano. D'altronde, è quanto prevedono i patti intercorsi fra De Gasperi e Gruber, che nel 1946 a Parigi di fatto sancirono la divisione del Tirolo, garantendo però larga autonomia all'Alto Adige. Fra i tanti punti a corollario del trattato ne venne fissato uno relativo all'appartenenza e alla destinazione d'uso degli immobili in precedenza adibiti ad uso militare.
Venne allora stabilito che la nuda proprietà degli immobili fosse della Provincia autonoma di Bolzano, la quale si impegnava però a cederli temporaneamente alla sede centrale del Club alpino italiano in modo che il Cai ridistribuisse il patrimonio immobiliare rappresentato da questi rifugi ex-caserme, situati in Alto Adige, a diverse sezioni, fra cui anche quella di Verona, che ricevette appunto il «Biasi» e il «Fronza». Ora la durata dell'accordo è scaduta e così gli immobili, sistemati, ampliati e arredati con i soldi delle singole sezioni cui erano stati affidati, spesso a costo di grossi sforzi economici, adesso tornano ad essere patrimonio di Bolzano.
«Che sicuramente ne farà buon uso», commenta il presidente del Cai di Verona, Piero Bresaola, «e li gestirà al meglio, ma a noi resta comunque un po' di amaro in bocca, tanto più che nel corso di tutti questi anni la sezione ha fatto non pochi sacrifici per mantenerli in perfetta efficienza».
Ben diversa la posizione della Provincia autonoma, che ha chiesto ben 10 milioni a Roma per sistemare i rifugi ereditati a costo zero. Un argomento che nei prossimi mesi farà discutere, insieme alla toponomastica bilingue sui sentieri altoatesini.
Ad ogni buon conto, anche se non più veronesi, «Biasi» e «Fronza» sono sempre al loro posto e con gli stessi gestori e, dalla prossima settimana, apriranno ufficialmente i battenti agli escursionisti e agli alpinisti. Cosa che faranno pure, ma in parte l'hanno già fatto, i rifugi presenti sulle nostre montagne, come «Barana» al Telegrafo, del Cai Verona, il «Mario Fraccaroli» della sezione «Cesare Battisti», per citare solo i più alti di quota.
Nostalgia per i rifugi perduti a parte, il presidente Bresaola guarda con ottimismo alla prossima stagione estiva. «In montagna le condizioni sono perfette, le nevicate invernali non sono state eccessive e così la rete sentieristica non ha subito danni, a parte qualche piccolo smottamento, peraltro presto risistemato, dovuto ai recenti temporali che si sono abbattuti con una certa intensità sulle nostre montagne. Anche le ferrate sono tutte in perfette condizioni».
Il merito, occorre dirlo, è dei volontari del Cai che sgobbano a turno durante il loro tempo libero per mantenere in perfetta efficienza i sentieri. «Noi», continua Bresaola, «certo non ci tiriamo indietro quando c'è da mantenere in efficienza la rete sentieristica, però ci è dispiaciuto molto constatare quest'anno che la Regione non abbia in previsione di finanziare nemmeno con un euro questi lavori che, in fin dei conti, rappresentano una forma non trascurabile di promozione turistica del territorio. Finché si tratta della manutenzione ordinaria possiamo occuparcene noi, ma soprattutto il Baldo attende opere che devono essere affidate a personale altamente qualificato e specializzato e quindi sono necessari investimenti economici che sezioni e sottosezioni del Cai non si possono certo permettere».
I lavori più importanti ed urgenti interessano soprattutto il settore sud-orientale del Baldo, e in particolare il Vallone Osanna e il sentiero del Marocco. «Si tratta di opere», aggiunge il responsabile del Soccorso alpino di Verona, Marco Vignola, «che servirebbero anche a noi soccorritori, che spesso dobbiamo operare con le squadre di terra in condizioni di estrema difficoltà, specie se stiamo trasportando un ferito». E poi c'è il problema della sempre più difficile convivenza fra escursionisti e bikers.
«In teoria», spiega Bresaola, «le mountain-bike dovrebbero limitarsi a circolare sulle strade forestali in quanto i sentieri sono ad esclusivo appannaggio degli escursionisti. Invece le due ruote a pedale sul Baldo (ma non solo) imperversano, sentieri e prati compresi, senza che nessuno intervenga. Spesso si tratta di stranieri ma, inutile nascondersi dietro un dito, anche gli italiani sfruttano il Baldo come una pista contribuendo, in tanti casi, a rovinare i tracciati».
«E sempre più spesso», rincara la dose Vignola, «siamo costretti ad intervenire proprio per recuperare bikers che sono finiti in qualche dirupo o che la passione ha portato troppo lontano dal sentiero».
Statistiche alla mano, Vignola teme molto il Baldo e i suoi frequentatori, specie quelli occasionali. Con i suoi fianchi solo in apparenza docili, il Baldo inganna. La frequentazione fa il resto: migliaia i turisti che ogni estate ne affollano cresta e pendici. «La maggior parte degli incidenti», spiega sempre Vignola, «avviene nel primo pomeriggio e in discesa, un po' a causa della stanchezza e un po', magari, a causa dell'incombere del classico temporale. E' fondamentale, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, avere un abbigliamento adeguato, e cibo e bevande in abbondanza. Purtroppo, invece, sempre più di frequente dobbiamo andare in cerca, anche nel cuore della notte, di persone che si sono avventurate con scarpe inadeguate, senza una scorta sufficiente di cibo, senza indumenti pesanti o abiti di ricambio e, quel che è peggio, spesso senza cognizioni geografiche dei luoghi che intendevano visitare.
«Molti poi credono che avere il cellulare con sé sia una garanzia», ricorda Vignola. «Non è assolutamente vero in quanto la copertura telefonica in montagna è scarsa ed a macchia di leopardo, ragion per cui sul cellulare non si deve fare totale affidamento».
Più prudenza, quindi, ma anche più coscienza civica ed ecologica meriterebbero le nostre montagne. E se per la Lessinia c'è un Parco che provvede alla sua tutela, per il Baldo tutto è ancora affidato al rispetto del singolo fruitore. «Sono dell'idea», conclude con una punta di pessimismo Bresaola, presidente del Cai di Verona, frequentatore storico del Baldo ed ex presidente dell'omonima Comunità montana, «che al momento attuale, nonostante le mille belle parole che vengono spese su questa nostra montagna, in realtà il Baldo sia molto più sfruttato che valorizzato. Prova ne è che oltre il 50 per cento delle malghe baldensi sono in disuso se non in rovina, mentre altrove, come in Carnia, ad esempio, o sui più vicini Lagorai, rispettivamente Regione e Provincia sono intervenute nel corso degli anni a risistemare i baiti spesso trasformandoli in punti di appoggio per l'escursionista. E questa sì che, anche per il nostro Baldo, sarebbe una bella promozione turistica».