Bernardo Bellotto, Veduta di Verona con Castelvecchio e il Ponte Scaligero da monte dell'Adige (1745, Verona, collezione della Fondazione Cariverona), una delle 150 opere esposte alla Gran Guardia da sabato nella mostra «Il Settecento a Verona»
24/11/2011Un'emozione che nasce dalla bellezza compiuta di tante tele, dalla riscoperta di altre tele che il tempo aveva disperso e l'incuria e le intemperie naturali dei luoghi chiusi avevano rese illeggibili (sono una ventina i restauri per questa mostra) e dall'incontro con due prime vere e proprie monografie dedicate a una coppia di pittori veronesi che Verona forse non conosce bene, ma che sono presenti nei più importanti musei occidentali ed europei in particolare: Pietro Antonio Rotari (Verona, 1707 - San Pietroburgo, 1762) e Giambettino Cignaroli (Verona, 1706-1770). Un'emozione che susciterà «Il Settecento a Verona - Tiepolo, Cignaroli, Rotari. La nobiltà della pittura», la mostra che si aprirà sabato alla Gran Guardia e che durerà fino al 9 aprile dell'anno prossimo, forte di 150 capolavori tra dipinti, disegni, stampe e documenti.
Il primo effetto, passando di sala in sala alla Gran Guardia, sarà un'emozione forte e continua, perché l'allestimento (ci ha abituati a questo Alba Di Lieto) corona gli spazi solenni del piano nobile della Gran Guardia, che, soli, potevano ospitare un'esposizione composta spesso di tele di grandi dimensioni, e, soprattutto, l'allestimento scenografico della sala finale con il coup de scène della riscoperta dell'affresco di Giambattista Tiepolo già in Palazzo Canossa di Verona, caduto in cinquantamila frammenti con le esplosioni che fecero saltare i ponti della città nella notte fra il 25 e il 26 aprile del 1945 e qui riportato con una riproduzione a soffitto piatto, lasciando in bianco nero ciò che è possibile solo digitalizzare e a colori le parti restanti.
Coronano la quindicina di tele per ciascuno di Cignaroli e Rotari una schiera di artisti, a volte vicini , vicinissimi (come il nipote di Cignaroli, Saverio Dalla Rosa), altre volte prima lontani poi vicini, come il tiepolesco Francesco Lorenzi.
DI SALA IN SALA seguendo un criterio di illustrazione di un città, Verona, che nel XVIII secolo non era seconda ad alcuna città italiana ed europea per ricchezza, vivacità culturale e fama, si può rintracciare il pensiero di fondo che ha fatto nascere, quindi maturare e realizzare in anni di studi e ricerche questa mostra: rivelare, se volete, rispolverare, una realtà civile e culturale di una Verona che, se è sicuramente attaccata alle sue caratteristiche economiche di stampo agrario e ha una storia artistica di altissimo livello cui non vuole e non può rinunciare (pensate anche solo al lascito di Paolo Caliari), ha saputo creare una sua visione artistica del mondo e della storia, delle tradizioni e delle celebrazioni, lontana forse dalle ricerche più d'avanguardia della vicina Venezia, ma attenta alla concretezza della vita di tutti i giorni, anche quando la narra per metafore mitologiche.
Una tesi, un'ipotesi di lavoro che riprende quanto Luigi Lanzi ipotizzava nella sua Storia pittorica dell'Italia (Bassano, 1789) che - come riporta in catalogo Paola Marini, direttore della mostra - «individuava in tre artisti le personalità chiave della scuola veronese più recente, Antonio Balestra, Pietro Antonio Rotari e Giambettino Cignaroli, e ne metteva a fuoco di conseguenza, implicitamente, i caratteri salienti nella precisione disegnativa, nel controllo della forma che nel contempo deve trovare piena corrispondenza nel soggetto raffigurato, in una garbata eleganza che tuttavia non rinuncia mai a una concretezza plastica in funzione di puri valori decorativi».
Una mostra voluta fin dall'inizio dall'assessore Erminia Perbellini che ha creduto a quanto le proponeva l'ideatore, il soprintendente Fabrizio Magani, seguito subito da Paola Marini e Andrea Tomezzoli, che ne hanno curato la realizzazione avvalendosi di un ricco comitato scientifico.
È L'IDEALE e storica prosecuzione di due grandi mostre ideate da Licisco Magagnato con il coordinamento di Sergio Marinelli: «Cinquant'anni di pittura veronese 1580-1630» nel 1976 e «La pittura a Verona fra Sei e Settecento» nel 1978. Una prosecuzione filologica e storica che prende in esame la produzione fra il quarto decennio e la fine del XVIII secolo, con un preambolo, necessario per capire il percorso, dedicato alle vedute di Verona di Bernardo Bellotto Gaspar Van Wittel e Giovan Battista Cimaroli, affiancate da sei acqueforti di Valesi e Urbani, che illustrano la nostra città com'era in quegli anni.
L'esposizione illustra dunque la sequenza pittorica tutta veronese, una scuola riconosciuta a livello europeo, perché, diversamente, non si potrebbero spiegare il prestigio di un Rotari pittore di corte a San Pietroburgo onorato (e ben remunerato) da due zar di seguito (Elisabetta e Pietro III), e la visita dell'imperatore Giuseppe II d'Austria a Giambettino Cignaroli nel suo studio veronese; come non si potrebbe spiegare la nascita, a opera di Cignaroli, di quella che è una delle più antiche accademie di pittura tuttora operanti in Italia.
NELL'ULTIMA SALA il confronto con la novità veneziana, ed europea, di un'altra pittura, quella dei cieli aperti, delle difficili prospettive, delle complesse scenografie, delle cromie aperte alle luci calde della laguna: il soffitto di Giambattista Tiepolo (Trionfo di Ercole del 1761) dipinto per la sala a ballo di Palazzo Canossa, fra Apoteosi della famiglia Pisani del 1760 e Gloria di Spagna del 1762 e i cinque ovali delle sopraporte: monocromi seppia su fondo di lamine d'oro.
Ancora tanti anni dopo - nel primo Ottocento - Diego Zannandreis non digeriva questa presenza e non la digerivano anche altri con lui, però non era la prima volta che Tiepolo lavorava per la nostra città: quarant'anni prima aveva dipinto Eliodoro saccheggia il tempio (Museo di Castelvecchio), per molti aspetti ancora secentesco. Nove sezioni scandiscono il percorso verso il confronto con Tiepolo.
Diciassette Cignaroli: quasi una monografia per questo pittore seriamente - a volte seriosamente - classicista, con punte di vera eccellenza pittorica: Betsabea al bagno, delicatissimi giochi di luce e controluce; Verona rende omaggio alla Vergine, dai facili rimandi veronesi, come nel maestoso Pomponio II riceve gli onori trionfali; e, ancora la luminosità di due piccole tele: Danae e Leda e il cigno, la prima proveniente dal National Museum di Varsavia; l'Autoritratto proveniente dal Kunsthistorisches Museum di Vienna e quella terna di tele, intensa per la scelta dei temi e preannunciante per le luci e le scelte cromatiche l'ormai vicino neoclassicismo: Morte di Socrate e Morte di Catone (dal Szépmuvészeti Muzeum di Budapest) e Morte di Rachele dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia; per finire, Madonna con Bambino e i Santi Lucia Lorenzo, Antonio da Padova, Barbara e l'Angelo custode proveniente dal Prado: un saggio compiuto di classica pittura europea.
Quindi le quattordici tele di Pietro Antonio Rotari e i dodici piccoli ritratti, questi di una modernità di indagine psicologica che supera senza dubbio la ritrattistica di Rosalba Carriera. Ecco fanciulle che scherzano, altre che ti guardano con occhi accattivanti, o di sfida, o interrogativi, altre sornione o un ragazzo come sorpreso e soprapensiero. In questi ritratti Rotari risente più di Cignaroli l'influsso della ricerca europea più avanzata (ad esempio di un Liotard).
Prima di questa ritrattistica in formato piccolo, le tele: Santa Maria Maddalena penitente (raramente vista), Natività di Maria dal Museo Civico di Padova, Alessandro e Rossane dall'Ermitage di San Pietroburgo o il Ritratto della Principessina Elisabeth von Sachsen della Gemäldegalerie di Dresda. Bisognerebbe poi ricordare i libri che accompagnano in apposita sezione la mostra: testimonianza preziosa per allargare la visione sul secolo, come le conferenze che hanno preannunciato e seguiranno la manifestazione.
La mostra è accompagnata da un valido catalogo edito da Silvana Editoriale.