Esterno della stazione di Villafranca: al piano terra trovano sede varie associazioni FOTOSERVIZIO PECORA
02/02/2010Degrado, abbandono, sporcizia. È desolante, la stazione di Villafranca è l'immagine della trascuratezza e dell'incuria. «Diciamolo pure, è uno schifo», sbotta arrabbiato Antonio Ruzza, maresciallo dell'aeronautica in pensione che al bar delle Fs va tutti i giorni a bere il caffè. «Come si fa a lasciare un posto in queste condizioni? È si o no, quello dei treni, un servizio pubblico? E le strutture che servono allo svolgimento di questa funzione non fanno parte pure quelle del bene comune? La logica dice sì e quindi nel caso specifico», denuncia l'ex militare, «qualcuno dovrà rendere conto dello stato in cui è ridotta quest'area: è un affronto ai tanti viaggiatori (ben 418, ndr) che tutti i giorni, tutto il giorno, arrivano e partono da Villafranca pagando il biglietto». Dietro alla facciata di una stazione apparentemente a norma, c'è in effetti molto di non-a-norma. La sala d'aspetto, iniziamo da lì: l'odore di urina è nauseabondo, c'è sporco dapperttutto, muri imbrattati dagli improperi più osceni e dalle solite dichiarazioni d'amore (a proposito, liberateci da Emma che ha riempito ogni angolo con la sua passione per Marco), vetri rotti, naturalmente non è riscaldata, bottiglie di birra a terra, cartoni di vino sulla panchina di legno bruciata e intarsiata da vandali-piromani, mozziconi di sigaretta. A questa stanzetta degli orrori si arriva direttamente dai binari: la vecchia biglietteria, in base a un accordo tra Ferrovie e Comune, ospita alcune associazioni.
Si gira attorno all'edificio e si arriva sulla pensilina imbruttitta, più che abbellita, da vasi (veri) di ortensie finte (di plastica). Lì bisognerebbe obliterare il biglietto preventivamente acquistato in tabaccheria o nelle agenzie di viaggio abilitate all'emissione: in stazione, oltre a non esserci più personale allo sportello, non c'è nemmeno la macchinetta automatica. Fase due: le obliteratrici, strumenti che convalidano il biglietto e tutelano il viaggiatore da possibili multe, sono tutte rotte. Ce ne sono tre lungo il binario 1: sulla prima lampeggia «fuori uso», sulla seconda «ostruita», della terza è rimasto solo il basamento su cui era installata. L'area è videosorvegliata, lo ricorda ripetutamente il cartello, ma viene da chiedersi se per finta (come le ortensie) o sul serio.
Messo da parte il capitolo biglietto (giurano alcuni viaggiatori di essere stati multati per non aver avvisato per tempo il capotreno della mancata perchè impossibile convalida a terra) c'è quello ben peggiore del vecchio magazzino: chiunque potrebbe, girando su e giù per la stazione, buttare un occhio sulla discarica in cui è stato trasformato. Passato il bar, quello gestito dal cinese e l'unico che offre i bagni, c'è un vero e proprio inferno, visibile a tutti, sia ai ferrovieri che fanno manutenzione sulla linea sia a chi ha il compito di controllare e di tenere in ordine l'area. Fs ha dato in uso al Comune la stazione con l'impegno di curarne la pulizia sia dentro che fuori. Il risultato? Un disastro. Il retro del vecchio magazzino, si diceva, è un piccolo suk di cose usate che costituivano l'arredamento di case di fortuna allestite clandestinamente dentro alla struttura (ora murata per fermare il via vai di balordi): c'è la carcassa di una televisione, un divano distrutto, la rete di un letto, materassi, vestiti, giocattoli, coperte, piumoni, resti di tutto, anche umani nel senso che qualcuno ha preso il posto per una latrina pubblica e ci va a fare i suoi bisogni. Racconta, l'ex maresciallo Ruzza, che «lì dentro ci abitava una coppia, sono venuti i vigili a mandarla via e a smontare la baraccopoli che aveva costruito. Ma il problema, anche avendo murato l'ingresso, non si è risolto: sotto alla tettoia vengono ancora gli sbandati a dormire e i drogati a drogarsi, c'è la malavita, brutta gente, soprattutto di sera. Lo sanno tutti, a Villafranca, cosa accade qui in stazione quando fa buio, che questo è il quartier generale di alcuni disgraziati che vivono in condizioni disumane rendendo disumano tutto ciò che toccano». Poi, la domanda che suona come l'ennesimo appello: «Cosa aspettano a mettere ordine? A ripulire questo posto? A renderlo sicuro?».
Si alza un coro, dentro al bar gestito dal cinese, di lamentele: i clienti scuotono il capo e inveiscono contro chi non mette la parola fine a questo scempio. «Se io avessi un figlio che va a scuola in treno», insiste Ruzza, «non starei tranquillo a sapere che bazzica da queste parti. Manca sicurezza, manca tutto. È una vergogna».
Camilla Ferro