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19 luglio 2018

Veneto

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02.01.2018

I giovani: rifiutati dal lavoro o “bamboccioni�

Il sociologo Daniele Marini
Il sociologo Daniele Marini

Piero Erle Da una parte «nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa)». Dall’altra, l’ultimo caso è denunciato dall’azienda padovana Antonio Carraro, «alcuni profili professionali restano disattesi da parte dei giovani, con imprese che non trovano manodopera disponibile, specializzata, da inserire anche con condizioni economiche vantaggiose». Insomma, sottolinea il sociologo Daniele Marini sintetizzando la ricerca sul tema di Community Media Research (con Intesa Sanpaolo - Cassa Risparmio Veneto), «prende corpo un’asimmetria fra domanda e offerta di lavoro che rende il mercato e le sue prospettive come un ginepraio in cui è difficile districarsi, dove famiglie, giovani e imprese hanno ciascuno una parte di ragione. E tutto ciò produce, nell’immaginario collettivo un corto circuito». VIE TORTUOSE. «L’ingresso sul mercato del lavoro», sottolinea Marini, «è più spesso costellato da percorsi interrotti, impieghi saltuari che si ripetono prima di trovare un approdo più stabile». La strada è più facile per chi ha certificazione professionale o diploma. Ma se un giovane investe in laurea, master o altro gli occorre più tempo per trovare un’occupazione stabile e magari abbastanza remunerata, soprattutto nel variegato mondo del terziario e dei servizi. Gli “anziani” non vanno più in pensione causa leggi e Inps e così «si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro». Di qui la fuga all’estero, o peggio (con i Neet) verso il divano di casa e lo svago invece di cercare occasioni d’impiego, istruzione o formazione. PESSIMISTI. «Nel complesso», spiega Marini, «emerge un orizzonte venato di pessimismo sulle opportunità che le giovani generazioni potranno avere in futuro». A Nordest l’80,5% (+6% rispetto a due anni fa) prevede che, rispetto ai genitori, i giovani occuperanno una posizione sociale ed economica peggiore e il 60% ritiene che per far carriera sia meglio espatriare (-9% sul 2015). Ma quali sono le cause? I giovani sono diventati bamboccioni e pretenziosi (choosey)? Per l’80% dei veneti «le aziende propongono perlopiù lavori precari e mal pagati»: segno che l’opinione generale è che sia il sistema «a non investire più nelle giovani generazioni». Tra i veneti il 55% ritiene che i giovani pensino più ai soldi che a imparare un mestiere e per il 42% sono loro stessi a rifiutare opportunità di lavoro. Dall’altra parte però il 55% ritiene che i giovani siano disponibili a sacrificarsi per il lavoro e non manchi loro la voglia di lavorare. PREVALE LA COMPRENSIONE. Marini indica che a Nord Est (60%) prevale verso i giovani un sentimento di comprensione (55% tra i veneti): che la scarsità di prospettive sia dovuta al mercato è l’opinione soprattutto di donne, di chi si è da poco stabilizzato sul lavoro (25-34enni), laureati e disoccupati, specie tra i friulan-giuliani. Il 22% dei veneti è tra i critici e sono spesso i coetanei. In mezzo i bipartisan: il 23% dei veneti (tra questi spiccano gli imprenditori) pensa a colpe da una parte e dall’altra. La situazione, conclude Marini, è complicata. E richiede di puntare sulla riforma dei sistemi formativi per favorire l’orientamento professionale lungo l’arco della vita lavorativa, migliorare l’alternanza scuola-lavoro, e affidare un ruolo anche educativo alle associazioni d’imprese e dei lavoratori. •

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