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30.11.2011

«Un campione vero si vede anche fuori, non solo in campo...»

Osvaldo Bagnoli e Luciano Marangon: «Di lui si dicevano tante cose, ma in campo era sempre il primo»
Osvaldo Bagnoli e Luciano Marangon: «Di lui si dicevano tante cose, ma in campo era sempre il primo»

Osvaldo Bagnoli è sempre stato un maestro di semplicità, anche nelle cose più complicate. Equilibri sottili, che lui sapeva trovare con le armi che ha sempre posseduto. Buon senso e cervello fine. In fondo è facile, almeno per quelli come lui. Di campioni ne ha visti e allenati tanti. Li ha compresi e fatti crescere, guardati tutti negli occhi prima di agire. E' successo al Verona, al Genoa, all'Inter. Gente di valore mondiale, affermata o sbocciata strada facendo. Osvaldo ne ha incrociati molti, trovando sempre la giusta chiave d'accesso.
"Il lavoro sul campo deve essere uguale per tutti, almeno questa era la regola. Ognuno poi ha le sue abitudini e la sua personalità. Questo però è un altro paio di maniche. Il giocatore va pure tutelato e capito, non solo allenato. Se è stanco, ha dei problemi qualche sconto tendi a farlo. Normale. Il discorso però vale non solo per i fenomeni, è esteso a tutti. Qualche concessione ci può stare, soprattutto quelle al grande giocatore in fondo la giustificano gli stessi compagni di squadra. Se sai di avere dalla tua parte uno che può risolverti la partita tendi a chiudere un occhio. Fa parte dello spirito di gruppo, pure quello è gioco di squadra. Anche se in quei casi l'allenatore è meglio che non ci sia…".
Questione di feeling. E di un'etichetta che arriva naturale. "Il mister può avere le sue idee, com'è giusto che sia. Alla fine però sono i compagni che ti consacrano, ti mettono un gradino sopra gli altri. Perchè il campione che fa la differenza deve essere anche un esempio positivo. Quand'ero calciatore io guardavo con ammirazione uno come Schiaffino, logico che fosse così. Difficile poter conquistare i tuoi compagni solo perchè sei un campione. Puoi essere bravo finchè vuoi, ma se sei matto lo spogliatoio non ti elegge del tutto".
Punti d'incontro discreti, magari senza dire una parola. Come l'Hellas dello scudetto, uomini che sapevano intendersi con uno sguardo e chiudere un occhio. "A Verona sapevano tutti che Elkjaer fumava fra il primo e il secondo tempo. Si chiudeva in bagno. Aveva rispetto dei compagni, mica riempiva lo spogliatoio di fumo. Tutti sapevano che anch'io sapevo. Ma che fai, glielo impedisci? Fumare dava tranquillità a Preben, non faceva niente di male in fondo. E proibirglielo non sarebbe servito a nulla. Coi giocatori non bisogna fare la lotta, importante piuttosto è saperli responsabilizzare". Bagnoli ha avuto casi più difficili fra le mani, le birre e le sigarette di Elkjaer erano il meno. Basti pensare alle stelle del Genoa, a Thomas Skhuravy e Pato Aguilera. Il Grifone con loro due incantò l'Italia e mezza Europa, anche se lontano dai riflettori la musica era un'altra. "Skhuravy non faceva una bella vita, a Genova la storia era nota. Se avesse avuto un'altra testa poteva diventare un giocatore di livello ancora più alto. Il problema è che la dirigenza lo copriva eccessivamente, si erano innamorati di lui. Aguilera era bravissimo, lo avete visto tutti. Le marachelle le faceva anche lui però. Branco? Non mi ha mai creato problemi. Era più intelligente. O forse solo più furbo degli altri due…".
Calciatori da gestire e da plasmare, anche modificandone il profilo. Vedi la metamorfosi di Ruben Sosa, che l'Osvaldo allenò ai tempi dell'Inter. "Avevo Schillaci mezzo rotto, Pancev fu una delusione, Davide Fontolan era un buon giocatore ma non segnava tanto. E noi avevamo bisogno di gol. Sosa alla Lazio non faceva la prima punta, con me lo diventò. Gli feci capire che là davanti avrebbe potuto incidere parecchio. Quel ruolo non lo copriva nel modo più giusto. Un attaccante centrale deve venire incontro alla palla, lui invece guardava solo alla profondità. Non era un tipo facile, ma capì che la squadra aveva bisogno di lui. E si adeguò, per il bene della squadra".

Alessandro De Pietro
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