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14 novembre 2018

Sport

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25.08.2018

Henderson sulla pelle «La mia vita tatuata»

Fai vedere Terry, cosa c’è li sotto? La tua storia? Il ragazzo di Raleigh, Carolina del Nord, alza la manica destra della shirt blu della Tezenis. Ride. E consegna ai flash la scritta in inglese, incisa sul braccio all’altezza dell’omero: «Make them believe». Tradotto letteralmente: «Fa che credano». «Messaggio di riscatto, nato ai tempi del liceo», ricorda Terry Henderson, nuova guardia della Tezenis Verona, «in molti non credevano in me». La pelle diventa estensione di un romanzo di dentro. Pensieri vergati, destinati a rimanere. E riapparire allo specchio. Quando serve ricordare a se stessi la via tracciata in passato. Classe ’94, 191 centimetri, primi passi a Verona, ieri la presentazione a Inlingua, uno dei partner della Scaligera. «Sono un tiratore, tiro. Appena posso, faccio la cosa che mi viene più naturale». Lo hanno preso per questo. Punti, atletismo e pure difesa. «Fa che credano». Terry è al suo primo viaggio lontano da casa. Dalla G League alla serie A2 italiana. Dai Greensboro Swarm (club affiliato agli Charlotte Hornets) alla Tezenis. «Dovrà ambientarsi», racconta il vicepresidente Giorgio Pedrollo. «Ma Terry è venuto qui da noi per provare a vincere. Per capire come si fa a vincere. Appena atterrato ha portato valigie e zaino in stanza ed è uscito a visitare la città. Curioso ed intelligente. A noi serve gente così. E sono convinto che Terry sarà determinante per il futuro della Tezenis». Paura? Zero. «Se mi capita in mano la palla dell’ultimo secondo, la gioco volentieri» ammette Terry. «Ma faccio altro. Tiro, difendo. Mi piace stoppare, rubare palla, intercettare le traiettorie avversarie». Curioso. «Bella Verona». Pensi a Giulietta, all’Arena, al fiume che regala incanti. Henderson stupisce. «Il primo impatto? Ho scoperto una città luminosa. Che mi ha fatto sentire subito a casa mia. Come se non fossi mai partito. Odori, luce, colori, pure il clima, anche se caldo. Tutto perfetto. Ora voglio scoprire anche la vostra cucina». Insieme a Jazzmarr Ferguson, l’altro americano, ha già scoperto il Liston. Serate veronesi. Cibo e landscapes mozzafiato. Perché qui gli orizzonti non regalano vastità. Ma la magia di una storia Millenaria. Il basket italiano? «Tecnico, valido, interessante. Sono qui da troppo poco tempo, però, per andare oltre». Dirà. Ma una cosa va aggiunta subito. La pallacanestro di Henderson non è contemplata per un «one man show» e quattro che stanno a guardare. «No, io preferisco la “palla contagiosa“, quella che passa da tutti, e sulla quale tutti lasciano qualcosa». Tutti protagonisti, dunque. Un po’ come vuole Luca Dalmonte. Ma questo Terry lo capirà strada facendo. E la famiglia di Henderson? «Papà è stato il mio primo mentore. Mi ha fatto amare il basket, me lo ha fatto scoprire. Poi ci sono gli amici, i compagni di viaggio. Come TJ Warren (oggi ai Phoenix Suns). Un vero fratello. Il basket come passione comune. Ci siamo trovati che avevamo dodici anni. E la storia funziona ancora oggi. D’estate, poi, arriva a giocare da noi anche David West, quello di Golden State Warriors. Bello stare in campo con loro». Il mito? Facile e scontato: Michael Jordan. «Tutti pensano: è il campionissimo da imitare. Vero. Ma di MJ ammiravo soprattutto la capacità di lavorare su tutti gli aspetti fondamentali dell’atleta che sboccia in campione. La sua etica del lavoro era straordinaria. E poi c’è pure Klay Thompson». La guardia di Golden State è altro esempio che ispira Terry. Verona diventa nuovo trampolino di lancio per Terry, che insieme a Ferguson dovrà regalare un sogno alla Verona dei canestri. La A diretta? Nessuno ne ha mai parlato. Tanta concorrenza. Meglio stare nelle retrovie. E sperare. E credere. •

Simone Antolini
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