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13 novembre 2018

Sport

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18.06.2018

Petricca questore sempre in corsa «Lo sport? È altruismo e libertà»

Il questore di Verona Ivana PetriccaPetricca alla festa della polizia a  Castelvecchio. È stata  direttrice della scuola di polizia di Peschiera
Il questore di Verona Ivana PetriccaPetricca alla festa della polizia a Castelvecchio. È stata direttrice della scuola di polizia di Peschiera

Emozionante. Un incontro di quelli che si definiscono «empatici»: un’accoglienza amicale, una stretta di mano. Sulla scrivania, una composizione floreale dai colori autunnali fa da sfondo al sorriso di una donna impegnata in prima linea sul fronte sicurezza pubblica e tutela della città. Il questore di Verona, Ivana Petricca, parla del suo amore per la corsa e per l’attività fisica, innesto di buonumore e ottimismo. Lo sport ha fatto parte della sua vita? Ho sempre praticato sport a livello amatoriale, ma ho iniziato a viverlo un po’ più seriamente a seguito dei molti impegni di lavoro, mossa dall’esigenza di ricrearmi uno spazio personale tutto per me. Mi recavo in palestra e, soprattutto, giocavo a tennis. Con la nascita dei miei tre figli, il tempo libero si è ulteriormente ristretto e mi sono convertita alla corsa che adoro e pratico da 25 anni, per un’ora circa, tre volte la settimana. Cosa la appassiona della corsa? Da un lato fa da spazzola mentale. Mentre corro, dedico tempo a me stessa e allontano i pensieri. La corsa mi mette in contatto con le stagioni: sole o pioggia, poco importa. E poi mi godo il tempo, quello che trovo per sperimentare luoghi e incontrare sconosciuti, che poi rivedo e saluto con un’alzata di mano. Vincere o partecipare? Partecipare, sicuramente, poi se si vince, tanto meglio, ma laddove non si dovesse vincere, rimane il fatto di averci provato, di essersi messi in gioco e di aver conosciuto altre persone. Cosa le ha insegnato lo sport? Innanzitutto, il rispetto degli altri. In secondo luogo, il senso del sacrificio, perché, dopo una giornata pesante di lavoro o di famiglia, non è sempre facile cambiarsi e andare a correre per un’ora. Inoltre, la resistenza fisica, la fiducia e l’ottimismo. Mi dica tre parole chiave che associa allo sport in modo positivo? Altruismo, eguaglianza e libertà. E, aggiungo, la felicità: alla sensazione di benessere derivante dall’attività sportiva non rinuncerei per niente al mondo. Meglio una sconfitta giusta o una vittoria ingiusta? Una sconfitta giusta. Lo sport significa lealtà e capacità di riconoscere i propri limiti o i pregi e i valori degli avversari. La sconfitta aiuta nello sport così come nella vita. Non è piacevole: bisogna saperla incassare per poi ricominciare più motivati di prima. Invece, campioni si nasce o si diventa? Una dote innata significa molto, anche se non basta. Ho visto persone molto talentuose smarrirsi per la loro incostanza e per la scarsa volontà di seguire gli allenamenti e metterci l’impegno richiesto. Invece, bisogna essere concentrati sulla meta. Gli sport minori restano solitamente in ombra. Lei che cosa ne pensa? È un peccato. Sono attratta in particolare dalla ginnastica artistica. I ricami disegnati nell’aria dalle ginnaste sono a dir poco straordinari: i movimenti sembrano facilissimi, mentre, in realtà, sono frutto di grande preparazione. Lo sport, invece, come abbattimento delle barriere siano esseculturali, sociali o fisiche, è possibile? Certo, quando si fa sport si lavora all’unisono per raggiungere un obiettivo comune e tutti devono compartecipare al risultato finale. Qual è, secondo lei, il ruolo dei genitori nell’educazione sportiva dei figli? Trovo sia importante. Il genitore deve avviare i propri figli a qualche disciplina sportiva, così come artistica o musicale. Non importa se diventeranno dei campioni: ciò che conta è che, sia lo sport sia le attività creative, potrebbero diventare per loro una risorsa in futuro. Vincenti significa essere anche vincitori? Non è la stessa cosa. Si può essere vincenti senza essere vincitori. Essere vincenti significa coltivare un approccio positivo nei confronti della vita, superare gli ostacoli e le difficoltà, ricominciando senza mai abbattersi per dare il meglio di sé. E quanto conta, infine, l’allenatore? Lo immagino come un direttore d’orchestra impegnato a dirigere l’armonia dei suoni e a individuare per quale strumento musicale sia più portato un musicista anziché l’altro. Fuor di metafora, insomma, significa che deve scoprire il talento di ogni risorsa, motivandola a credere nelle proprie capacità. •

Maria Cristina Caccia
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