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25 aprile 2018

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28.12.2017

«Mi rimetto in gioco con Tezenis La mia barba? Non la taglio più»

Mitchell Poletti insieme al giemme Daniele Della Fiori FOTO SCALIGERA
Mitchell Poletti insieme al giemme Daniele Della Fiori FOTO SCALIGERA

Simone Antolini «La barba non la taglio più». Missione, stile e scaramanzia. Mitchell Poletti ha voce da bluesman. Alla Mario Biondi. E barba hipster. «Ho deciso di farla crescere quando è nato mio figlio. Poi l’ho tagliata. E lui non mi riconosceva più». Se l’è fatta ricrescere. E rafforza il concetto: «Ora non la taglio più. A Casalpusterlengo, quando decisi di farne a meno, perdemmo quattro o cinque partite di fila». Interviene il giemme Daniele Della Fiori. «Qui da noi è vietato tagliarla». Si ride con Mitch, il “Barba“ della Tezenis. Centro milanese, classe ’88. Esperienza, muscoli e rapidità sotto canestro. Tante casacche prima di venire a firmare in via Cristofoli. Tra le altre: Capo d’Orlando, Latina, Imola, Casalpusterlengo, Sassari. Bidimensionale (spacca da dentro, punge da fuori), pronto all’uso. In campo già contro Forlì. «Si è creata una situazione favorevole di mercato» ribadisce Della Fiori «e con l’Eurobasket Roma c’è stata subito intesa. Ringraziamo Simone Pierich. Il suo addio non è stata una bocciatura. Ma la nostra situazione di squadra ci richiedeva questo. C’era da colmare il buco lasciato da Maganza». Poletti è carico. «Mi rimetto in gioco a Verona. Il posto giusto per me. La società è di altissimo valore. E questo conta molto. Le referenze che mi sono arrivate da tanti colleghi sono state ottime». Ritrova Matteo Palermo. «Siamo stati insieme a Capo d’Orlando. Conosco bene solo lui. Gli altri sono ragazzi giovani ma di qualità». Ha visto poco ancora della sua nuova Verona. «Il mio profilo era quello giusto per la Tezenis. Pure io cercavo una nuova soluzione. A Roma si era partiti con un obiettivo, poi non rispettato. Volevo rimettermi in gioco a metà stagione». Prime tessere di un nuovo mosaico. «Trovo un gruppo in salute. C’è grande cultura del lavoro. Io? Voglio dare una mano, aiutare il più possibile. Voglio crescere insieme agli altri». Per gli altri. Con gli altri. Poletti è uomo d’area: attacca il ferro, difende il fortino, raccoglie rimbalzi, dispensa energia. Va pure a fare la guerra. In trincea, è uno di quelli che esce dal fossato per guadagnare terreno. Corsa, tuffo, bang. Bidimensionale, si diceva. «Le opportunità si creano giocando. Parlare è facile, più difficile è trovare conferma sul campo. Lavoro da qualche anno sulla mia “bidimensionalità“. Credo sia uno stimolo. Di imparare non si finisce mai. Nemmeno quando sei a fine carriera» Figuriamoci adesso. Dalmonte? «Di categoria superiore. Un lusso per il nostro campionato. Lui mi può insegnare cose nuove. E io posso prendermi cose utili per la mia crescita, per la mia maturazione». Ha scelto la maglia numero quattro. «Avrei voluto la “otto“ ma qui era impossibile» vista la recente beatificazione di Mike Iuzzolino. Poletti sarà uomo di poche parole. «Perché troppe parole sparate insieme perdono di efficacia. Sono più efficaci gli esempi positivi. La differenza si fa sul campo. Nel recepire e nel donare». A Latina «ho vissuto una stagione clamorosa. Per la prima volta ero il più vecchio del gruppo. Mi sentivo un riferimento per il gruppo. Ma allo stesso tempo ho imparato tante cose da ragazzi più giovani di me anche di sette o otto anni». Stare sempre accesi. E pronti a partire. Lo spazio non ha confini, se così si vuole intendere. «Un esempio? Manuel Vanuzzo a Sassari. Io 18 e lui 35 anni. Sembrava un ragazzino. E se capisci, impari». •

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Roma
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Milan
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Spal
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25
Benevento
14
Benevento - Atalanta
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3-4
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0-1
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4-2
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