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10 dicembre 2018

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05.02.2012

«Se mi lascia fuori vado in panchina con la pelliccia...»

Gianfranco Zigoni in panchina, con pelliccia e cappello da cow boy. A destra è riconoscibile Sergio Vriz
Gianfranco Zigoni in panchina, con pelliccia e cappello da cow boy. A destra è riconoscibile Sergio Vriz

Scese dal pullman con l'aria stropicciata di sempre. Capelli scombinati, lo sguardo truce, i suoi soliti stivaletti da cow boy. «La vinco da solo» pensò tra sè. «Questa sento che è una grande giornata». Sicuro di giocare. Anzi, sicurissimo. Anzi, ancora di più. «Come fa la Valca senza di me?» pensò tra sè Zigogol. Beh, questo lo pensava sempre, faceva parte del personaggio, lui era Zigogol, mica uno come gli altri. C'era la Fiorentina, ad aspettare. Zigo s'era preparato bene, per quello che poteva essere «bene» per quelli come lui. «Non mi son mai fatto mancare niente» racconta sempre. Magari ci marcia un po', romanzando notti brave e donne ancora più brave, compagni che chiudevano un occhio e allenatori che spesso ne chiudevano due. «Whisky, donne, macchine, mai lasciare indietro niente». E se gli capitava il sabato sera l'occasione giusta, beh, «... la prendevo al volo». Come quella volta, vigilia della Sambenedettese, «eravamo in camera io e Fanzot. Lui dormiva, io ero sveglio anche per lui. Mi son spiegato? La domenica vincemmo 4 o 5 a 2 e io segnai 2 gol. Quando avevo voglia, chi mi poteva fermare?». Lui era così, come recitava quello striscione, lassù in curva. «Dio Zigo, pensaci tu». Il Valca lo guardò per bene, senza darlo a vedere. Ne aveva viste tante, zio Uccio. Uno che era passato indenne attraverso la staffetta Mazzola-Rivera, secondo voi, poteva mai sentirsi a disagio? Zio Valca conosceva bene i suoi uomini. Li spiava mentre erano in pullman, li ascoltava, li studiava da tanti piccoli o grandi particolari. Capiva quando poteva osare, anche con Zigo, certo. In fondo, l'aveva pure chiamato in Nazionale, quella volta. «Ma sì - ridacchia Zigo - eravamo in Romania, partita facile...». La notte, racconta lui, la trascorse come sempre, quando si sentiva invincibile, quando si sentiva Zigoni. «Mi ricordo che un mio compagno, mi sembrava che fosse Juliano, mi vide alla sera con un bicchiere di whisky. «Sei matto?» mi disse. E io: «Non sono mica matto, sono Zigoni, io... Il giorno dopo vincemmo 1-0 e io giocai una grande partita. L'unica in Nazionale...». L'unica, ma non aspettatevi rimorsi e rimpianti. Glielo dissi io al Valca. «Mister, non mi chiami più in Nazionale, ci sono troppi sacrifici da fare, meglio che faccia giocare gli altri...». Andò davvero così? Non fatevi troppe domande, non lo sapremo mai. Quel «faccia giocare gli altri» rimbalzò quel giorno nella testa di zio Uccio. Sarà che la settimana prima, senza Zigo, il Verona se l'era cavata. O meglio, Luppi e Macchi, in coppia, «m'erano piaciuti». Sarà, come a volte succedeva, che in settimana l'aveva visto un po' «via di testa». Sarà quel che sarà, pensò zio Uccio. «Gianfranco, oggi vieni in panchina con me». Il tono giusto e la voce ancora più giusta, l'aria convinta e convincente. Un papà, più che un allenatore. «Non gli potevi voler male, anche quando sparava... cazzate. Come quel giorno» ricorda Zigo. «Entri dopo». Zigo lo guardò con l'aria da duro, l'aria di sfida, che zio Uccio conosceva bene. L'aria di uno che non ha capito e se ha capito non ci crede per niente. Silenzio. «Cazzo» sospirò Zigo. Senza altre parole. Solo pensieri. «Io in panchina? Ma questo non ha capito un cazzo, se lascia fuori uno come me vuol dire che vuol perdere la partita. Io, il più forte, in panchina. Zigo in panchina? Ma come farà mai a vincere? E poi, perché io in panchina? anche se non mi sono allenato bene, io le partite le vinco da solo se ho voglia... Ma questo, me la fa passare la voglia...». Zigo s'accomodò al suo posto, senza nascondere l'aria vigliacca di sempre. E mentre qualcuno lì vicino, gli batteva una mano sulla spalla, lui s'inventò la protesta più bella che potesse immaginarsi. «Bene, vado in panchina con la pelliccia». I tre-quattro che aveva lì intorno, finsero di non capire. «La pelliccia? Ma sei matto, il Valca te la fa togliere...». Zigo scrollò le spalle e lisciò la pelliccia. «Mi metto la pelliccia e anche il cappello da cow boy e poi vediamo come va...» aggiunse in tono di sfida. «La pelliccia era il regalo di un'amante. Tieni, mi aveva detto, come te non c'è nessuno... Il nome? Era una veronese, ma i nomi non si fanno. Il cappello invece, l'avevo comprato a New York, durante una tournée con la Juve». Cominciò a spogliarsi. Lentamente. «Zigo, scommettiamo che non ce la fai ad andare in panchina con la pelliccia?» gli disse il Livio Luppi, che a lui poteva dire di tutto. «Se mi date dieci carte da mille, vi faccio vedere chi comanda» rispose Zigo. C'erano lì anche il Masca e pure il Klaus. «Bachlechner, un bravissimo ragazzo, era famoso per il suo braccino corto. Ero sicuro che di fronte all'idea delle diecimila lire, si sarebbe tirato indietro...». Ci pensò il Livio a stuzzicarlo. «Vero Klaus, che per Zigo in panchina con la pelliccia, dieci carte ce le metti anche tu?». Il Klaus sorrise, infilò la mano in tasca e prese diecimila lire. «Tieni Zigo, eccole...». A quel punto, il gioco era fatto. «Se ci stava anche Klaus, voleva dire che ne valeva la pena» racconta oggi Zigo. Continuò a spogliarsi. S'infilò stancamente la maglia e sopra la tuta. Zio Valca ripeteva le solite cose. Zigo non ascoltava, perso nei suoi pensieri. «Non mi serve». Legò le scarpe, con fare solenne. Sentì l'arbitro fischiare, vide i compagni avviarsi. Prese dall'attaccapanni la sua pelliccia. Vriz che andava in panchina con lui sorrise. «Che fai?». Zigo se la infilò sopra la tuta. Prese il cappello da cow boy che aveva comprato a New York, sistemò anche quello. E s'avviò. Zio Valca fece in tempo a vederlo ma forse non a capire. Quando realizzò, Zigo era già nel tunnel. Anzi, forse già sulla scaletta. Dopo un attimo, un boato. Il Bentegodi lo vide entrare in campo così. Zigo s'avviò col passo lento verso la panchina, come fosse la cosa più normale del mondo. S'accomodò, ultimo posto a destra. La gente sugli spalti impazziva. I fotografi pure. Si risistemò il cappello. Click. Forse non lo sapeva, o forse sì. Quella foto è diventata il poster di una stagione bella e impossibile. Una stagione infinita.

Raffaele Tomelleri
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