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21 giugno 2018

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08.01.2018

«Paralizzata e grido
per il dolore, ma mi
considerano pazza»

Ha trascorso il Natale con i suoi pupazzi di pelouche, nel letto 25 del reparto di Neurologia, al settimo piano di quel cantiere in eterno movimento che è il policlinico di Borgo Roma. Verona rappresenta la trentaduesima stazione della via crucis di una ex atleta di 38 anni che gareggiava per il Gruppo sportivo dell’Esercito italiano e indossava la maglia azzurra. Alle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, si piazzò ventinovesima nella gara regina, la maratona, chiudendo con il tempo di 2 ore 33 minuti e 31 secondi, nonostante un paio di soste impreviste a causa di problemi intestinali.

Da quattro anni le gambe esili, ma robuste che macinavano chilometri su chilometri sono morte. Nel letto d’ospedale i dolori forti e continui la obbligano a tenere una posizione innaturale: di traverso, con la testa appoggiata sul tavolino; lo smartphone sul fianco sinistro è diventato una sorta di cordone ombelicale che la tiene in contatto con il mondo esterno.

Si sente sola, Vincenza. Lei e la sua presunta malattia. Sì, presunta, perché dopo i ricoveri in 32 ospedali italiani, esami, risonanze, quattro biopsie ai muscoli, ai nervi delle gambe e consulti con vari specialisti, a oggi Vincenza Sicari non conosce la causa della paraplegia agli arti inferiori che la costringe a letto dal 2014. La diagnosi definitiva non è stata ancora scritta e i non pochi specialisti che l’hanno controllata avanzano due ipotesi: malattia degenerativa neuromuscolare o patologia inesistente, creata dalla mente (malata) dell’ex atleta.

Vincenza non ci sta e lancia piangendo il suo appello alla società civile, alla gente di buon cuore: «Chiedo la diagnosi della mia malattia. È mio diritto sapere, per andare a cercare da qualche parte la cura, perché non voglio arrendermi. Ho 38 anni. In ospedale si va per essere curati, non per essere trattati da pazzi e morire. È inaccettabile che di fronte all’incapacità di pervenire a una diagnosi precisa venga considerata, trattata e dipinta come una paziente psichiatrica. Non è ammissibile, umano, degno di un paese civile che i medici mi facciano gli accertamenti solo perché li obbliga il giudice tutelare. È questa la missione, l’umanità dei medici? Siete convinti che sia pazza? Mettetelo nero su bianco, allora, abbiate il coraggio di farlo. Chiedo rispetto. Qui a Verona, in modo particolare, non l’ho trovato».

La rabbia, il senso di impotenza e la paura si mescolano al dolore fisico e psicologico.

«Ero una tesserata della Fidal, la Federazione di atletica leggera», sbotta Vincenza, «quando sollecitai dei controlli medici. Già a Pechino non ero in forma. Non ti preoccupare, mi risposero, sei solo anoressica; mangia di più. Feci gli esami per conto mio e scoprii di essere celiaca. Poi è saltato fuori il tumore alla ghiandola timo: operata e guarita. Ma ero sempre più stanca, senza energia».

L’ultima gara su strada nel 2013, poi la discesa negli inferi. Le gambe paralizzate, la spola da un ospedale all’altro. «Più urlavo ai medici il mio dolore», ricorda Vincenza, «più mi trattavano da malata immaginaria. I medici dell’osped ale Sant’Andrea di Roma sono arrivati a parlare di sindrome di Münchausen… È pazzesco».

In questa vicenda che sembra uscita dalla fantasia dark di Edgar Allan Poe, Vincenza Sicari si sente vittima di un complotto e lo ribadisce in ogni occasione, supportata dai suoi legali.

«È come se qualcuno avesse impartito l’ordine di farmi passare per pazza. Tre Tso mi hanno fatto: legata al letto e sedata, come fossi una matta. L’Esercito non aspettava altro per riformarmi. Ho fatto causa».

I problemi con l’ospedale Sant’Andrea di Roma, dove è rimasta dieci mesi, ha portato a una posizione di muro contro muro. In conseguenza dei tre Tso, Vincenza ha un amministratore di sostegno, l’avvocato Alessandro Botti, il quale ha dovuto coinvolgere il giudice tutelare di Velletri (Vincenza Sicari risiede a Marino) per obbligare i medici a fare gli esami.

Anche in Neurologia a Verona, il 13 novembre scorso, Vincenza è arrivata per disposizione del giudice tutelare.

«Con 13 giorni di ritardo rispetto a quanto prescritto», ricorda Vincenza, «non mi volevano, in quanto preceduta dalla nomea di psichiatrica rompiscatole che mi avevano affibbiato a Roma. Il mio è stato di fatto un ricovero coatto e ne sto pagando le conseguenze. L’ultimo esame me lo hanno fatto il 7 dicembre. Da un mese sono abbandonata in questo letto. I medici visitano la compagna di stanza e passandomi davanti mi ridono in faccia. Il primario Monaco? Mi ha diciamo visitata dopo un mese che ero qui solo perché il giudice aveva sollecitato una relazione sanitaria. Non capisco: questo è un policlinico. Se veramente soffro di una malattia rara perché non mi studiano con curiosità? Potrebbero fare la scoperta del secolo. Invece mi lasciano nel letto a marcire. Sono disperata, ma non voglio perdere la speranza», conclude Vincenza Sicari, «è mio diritto avere una diagnosi e quindi cercare una cura». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Paola Colaprisco
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