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23 ottobre 2018

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23.12.2017

Jaco, il rugbista
a piedi scalzi
in Valpolicella

Giocava scalzo, nei campi da rugby del Sud Africa. Jaco Von Tonder, estremo del Valpolicella Rugby, la palla ovale la calciava senza scarpe. Si usa così, nel vecchio continente. Scarpe vietate fino ai 14 anni.

Nel bar del club di San Pietro Incariano, il ventiseienne di Hermanus, cittadina a un’ora e mezza di auto da Città del Capo, si racconta. «Ero un bambino molto timido. Non che ora sia tanto diverso, ma da piccolo mi chiudevo in me stesso e facevo molta fatica a socializzare. Così mia mamma e mio papà, quando ho avuto tredici anni, decisero di iscrivermi in una scuola lontana da casa, dove rimanevo stabile dal lunedì al sabato. Ho frequentato la George’s school, a Cape Town, una delle più prestigiose high school del sud Africa. Mi è servito molto, perché ho buttato giù un po’ di muri dentro di me…».

Studia turismo e geografia, Jaco, le sue materie preferite. «Sono sempre stato molto bravo a scuola. Ero uno studente molto diligente e gli insegnanti erano molto contenti di me». Jaco gioca a rubgy da sempre. Ha cinque anni quando inizia a correre -scalzo- con la palla ovale sotto braccio. E non ha ancora smesso. «Dopo le scuole superiori, a diciotto anni, mi sono iscritto alla ‘Sharks accademy’, in Sud Africa. È un’accademia accreditata a livello mondiale dove, in tre anni, si impara tutto quello che c’è da sapere sul rugby. Poi ho giocato negli Sharks, una delle squadre più importanti del mio Paese.

Nel 2013 sono stato anche convocato per una partita di Super Rugby contro i Blues. Non ho giocato, sono rimasto in panchina, ma per me quello è stato il momento più bello e intenso della mia carriera da rugbista. E dopo gli Sharks, nel campionato 2015 - 2016, ho giocato con i Southern Kings, a Port Elizabeth. Con loro ho avuto il privilegio di disputare altre partite nel campionato di Super Rugby. Pazzesco. Lì si arriva a livelli altissimi e vedermi in campo con gli atleti più forti al mondo in questa disciplina è stato un vero onore».

La chiamata per l’Italia arriva inaspettata. È a casa, subito dopo aver terminato il campionato di Super Rugby con i Kings. Squilla il telefono, è il suo procuratore. Proposta: giocare per una squadra italiana, il Valpolicella Rugby. «È stato un momento molto particolare. Ero eccitato dall’offerta e anche molto preoccupato. Significava lasciare il mio Paese, la mia famiglia, i miei affetti e trasferirmi in un posto completamente nuovo, da solo, in mezzo a persone sconosciute, in un clima diverso dal mio. Ma non potevo rifiutare, era l’opportunità della mia vita».

Jaco è in Italia da un anno e mezzo. E con i compagni del Valpolicella Rugby si trova benissimo. «Diventare un giocatore di rugby professionista è sempre stato il mio sogno. Fin da piccolo continuavo a ripeterlo, a mamma e papà, che il mio più grande desiderio era riuscire a vivere di sport e di diventare famoso. Poi però quando cresci ti rendi conto che la cosa veramente importante è trovare una buona squadra, dei buoni compagni e un’ottima società in cui essere accolti. E qui in Valpolicella li ho trovati. Tutto il resto passa in secondo piano». Il mal d’Africa, però, per Jaco è inevitabile. «Non è semplice per me vivere lontano da casa. Mi sento africano al 100 per cento e ne vado molto fiero. Lo scorso anno è stata molto dura. Io vivo lungo la costa, sull’oceano. Arrivare a Verona e trovarmi senza mare, con un sole e un calore profondamenti diversi dai miei, beh, è stato veramente difficile, molto difficile ambientarmi. Per fortuna quest’anno va meglio ma mi manca sempre il mare, mi manca il rumore delle onde e l’andar a pescare, da solo, nei ritagli di tempo. Il mio contratto qui scade a fine maggio, poi si vedrà, non so cosa succederà. Mi piacerebbe giocare in un altro stato, prima di tornare a casa. Viaggiare ancora e magari alzare ancora di più il livello. Sarebbe fantastico». Dopo quasi due anni e mezzo a San Pietro Incariano, Jaco non parla ancora l’italiano.

Arrossisce, quando un compagno di squadra, durante l’intervista, glielo ricorda. «È vero», ammette, «conosco pochi termini. Io sono madrelingua africano e parlo inglese. L’italiano è difficile anche se mi piace moltissimo».

Serena Marchi
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