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21 novembre 2018

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02.03.2014

Pivatelli è diviso a metà «Le maglie della mia vita»

Gino Pivatelli cannoniere nel Bologna: 105 gol in 196 partite in serie A. Capocannoniere del '55-'56
Gino Pivatelli cannoniere nel Bologna: 105 gol in 196 partite in serie A. Capocannoniere del '55-'56

Il «vecchio» Gino è sempre sul pezzo. Sempre in gamba, col cuore diviso a metà, come dice lui, dalla sua casa bolognese. «Cosa vuoi, son nato a Sanguinetto e come giocatore devo moltissimo al Verona, è chiaro. Ma qui a Bologna son arrivato nel '53, tranne qualche anno passato al Napoli e al Milan, son rimasto sempre qua. Ho vissuto momenti bellissimi come giocatore ma soprattutto ho avvertito l'amore della gente. Non chiedermi, per favore, da che parte sto. Mi sento davvero diviso a metà...».
Cominciamo da quando sognava a Sanguinetto?
«Tutto è cominciato lì. Con gli altri ragazzi, si andava in bici, chi l'aveva... Tre-quattro bici, si saliva sulla canna, si andava a giocare nei paesi vicini. Poi passai al Cerea e da lì, qualcuno mi segnalò al Verona...»
El gavèa 'n gran tiro, dicevano...
«Sì, non era male. Il destro soprattutto. Ma il Verona, prima di prendermi, mi face quattro-cinque provini. Ero magro, non avevo un gran fisico, allora. Pensa che tra i 16 e i 17 anni son cresciuto di una decina di centimetri. Mi ricordo che quand'ero nelle Riserve del Verona, mi marcava Diego Fanin. Spesso mi diceva, "te me fe morir". Bei tempi».
Debuttò giovanissimo...
«Avevo diciott'anni, mi pare. Ricordo che giocai a Legnano e la domenica dopo, l'ultima di campionato, col Vicenza. E lì segnai il mio primo gol, vincemmo 4-1».
Che giocatore era Pivatelli?
«A Verona giocavo mezza punta. L'altra mezzala era Pozzan, grandissimo. Ugo era il cervello, ci capivamo al volo. Quando aveva la palla lui, io andavo, sapevo che sarebbe arrivata. Per me era un fratello. Abbiamo fatto tre anni a Verona, cinque a Bologna, grande giocatore e ragazzo splendido. La qualità migliore? Penso il tiro, il destro faceva male, partendo da dietro, io pensavo a trovarmi lo spazio per andare al tiro. I miei centravanti erano Caldana e Sega, sfruttavo i loro movimenti per infilarmi negli spazi»
Quando cominciò a fare il centravanti?
«A Bologna. L'allenatore era Campatelli, mi ricordo che si infortunarono Bonafin e Capello, il mister mi disse "prova tu, col tiro che hai...". Provai e non andò male... Non ero un centravanti alla Boninsegna, di quelli da area di rigore. Però se capitava la palla buona...»
Centocinque gol in 196 partite di serie A, dice l'almanacco...
«Per questo la gente mi adottò subito. Città bellissima, un po' come Verona, dove vivi senza pressioni, senza tensioni. Un anno segnai 29 gol in 30 partite. E allora, tanto per dire, le autoreti non te le davano mica, eh... Sai quante volte, bastava una minima deviazione e nel tabellino scrivevano autorete. In Nazionale, per esempio, debuttai in Germania, vincemmo 2-1, nel tabellino c'è scritto autorete, ma il gol era mio. Dribblai il portiere, calciai nella porta vuota, un difensore la sfiorò cercando di evitare il gol e scrissero autorete...».
Pivatelli e la Nazionale...
«Mah, diciamo che non fui neanche fortunato. Ero ai Mondiali di Svizzera, nel girone c'erano anche i padroni di casa e quando li trovammo, pagammo il fattore campo. Fossimo andati avanti, magari, avrei giocato anch'io. Ho fatto 7 presenze, mi pare, un paio di gol. Allora, la Nazionale giocava molto poco, non era come oggi. E comunque, mi ricordo che quando ti chiavavano facevi i salti mortali dalla gioia. Mica come oggi che, a volte, fanno a gara per stare a casa...»
Tutti dicono, gli attaccanti di ieri, oggi andrebbero a nozze...
«Verissimo. Una volta tu avevi il tuo difensore che non ti mollava mai. E poi c'era il libero, pronto a intervenire. Erano battaglie. Oggi i difensori giocano a zona, spesso sono larghi, ci sono spazi nei quali un attaccante sveglio può fare danni. Anche perchè, col fatto della zona ci si allena meno a difendere...».
C'è Verona-Bologna, proprio niente pronostici?
«Come faccio ? Sono le squadre della mia vita, quelle che sento mie. E' vero, sono stato anche a Napoli e al Milan, magari la gente ti ricorda soprattutto perchè ho vinto la Coppa dei Campioni a Wembley col Milan di Rocco. Ma per me, quando penso alla mia storia, Verona e Bologna sono le maglie che non ho mai smesso di indossare».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Raffaele Tomelleri
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