26 marzo 2019

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06.05.2009

Cozzi gioca la partita più importante


 Glauco Cozzi, secondo da sinistra in basso, in uno dei suoi tanti indimenticabili Verona
Glauco Cozzi, secondo da sinistra in basso, in uno dei suoi tanti indimenticabili Verona

Tre parole in un soffio. "Non mi arrendo". Lui è un combattente. Lo è sempre stato. "Ti ricordi quella partita?". No, quella partita non è Verona-Juve, gol di Cozzi, prima della beffa di Bettega e di una mano galeotta. Glauco Cozzi ha una foto stampata, "...se vuoi, quella è la foto della mia carriera". Dunque, c'è Verona-Inter, "...una palla a metà tra Burgnich e Facchetti. Io passo in mezzo a loro, esco con la palla, ma...senza calzoncini. Strappati del tutto, non me ne accorgo. Intanto scatta il contropiede, io mi faccio sessanta metri di corsa, prima che il gioco si fermi. Arbitrava Michelotti, mi viene vicino e mi fa: "lo sa che non può giocare così?". E io gli rispondo, "mi scusi, ma per il Verona faccio questo ed altro".
Glauco Cozzi oggi gioca la sua partita più importante. "Quando succede, e tutti siamo uguali davanti al destino, capisci bene che tutto il resto è relativo. Quando succede, dai un valore diverso alle cose che vivi, a quelle che hai a quelle che vorresti. Quando succede, ti cambia la vita". La sua, cambiò cinque anni fa in un inverno che non voleva finire. "Avevo mal di gola, ma sai come sono le cose in questi casi, non pensi a niente di particolare. Andai dal medico, mi guardò, fece una faccia strana. "Non mi piace per niente quella placca...", mi disse. Ti manderei da un otorino, ti dà un'occhiata, ne capisce di più...". Cozzi si sente bene, benone. "Nessun sintomo, niente di niente. Sempre fatto una vita sana, attenta, regolata. Da sportivo vero. Mai fumato una sigaretta in vita mia. E anche in quei giorni, io mi sentivo benissimo...". Cozzi va. Senza pensare a niente che non fossero le cose di sempre, i suoi ragazzi, il calcio, la famiglia, le cose semplici, i suoi valori. Il medico scuote la testa. "Non andiamo bene" gli dice. "Dobbiamo operare, presto, subito". Cozzi capisce. "Lì per lì ti casca il mondo addosso". Cozzi guarda il medico: "Lei sta scherzando, vero?". No, non stava scherzando. "S'accomodi fuori, parlo con alcuni colleghi" gli dice ancora lo specialista. "La cosa più tremenda è quando vidi quella porta aprirsi e i dottori venire verso di me. E' una cosa molto grave, mi dissero subito. Però, se interveniamo presto, lei può farcela. Dipende da tante cose, anche dalla sua forza, dalla sua serenità...".
La sua forza, la sua serenità. Cozzi risale in macchina, il mondo gli sembra capovolto e sono mille i pensieri che gli passano per la testa. "Io, un tumore, perchè?". Nessuna risposta, non c'è mai una risposta a domande come questa. E' il destino che decide per te. "E tu ti devi adeguare, ribellarti non serve". Lo operano qualche giorno dopo. "E' il 24 marzo del 2004" ricorda. "E' lo stesso giorno in cui quattro anni prima era morto mio padre. Prima di chiudere gli occhi per l'anestesia, il mio pensiero fu per lui. Dammi la forza di superarla, gli dissi. Aiutami tu". L'intervento è durissimo, la ripresa pure. "Mi levarono la parte malata e anche un pezzo di lingua che era stata intaccata. I primi tempi fu durissima. Non riuscivo a mangiare, dovevo reimparare daccapo persino a parlare". E poi la chemio, cicli infiniti, dolorosi. Ma anche una serenità infinita. "Sì, infinita. In quei momenti dai a tutte le cose il valore che hanno. Capisci davvero quali sono le cose che contano e quelle di cui puoi fare a meno". E' come se nel grande mosaico della tua esistenza, ogni tessera andasse improvvisamente a posto. "Impari ad apprezzare ogni giorno, a viverlo fino in fondo, a capire che è un dono del Padreterno e non va buttato via".
Torna ad allenare, torna in campo. "Ho perso peso, per forza. Ma riprendo, perchè questa è la mia vita". Torna ma ha un chiodo fisso che lo tormenta. "Un pensiero che mi accompagna". Inevitabile. Difficile da scacciare, anche per un guerriero come lui. "I medici mi chiesero, ma lei che ha giocato a calcio, non ha mai preso cose strane? Pareva impossibile anche a loro, che uno sportivo potesse essere colpito da una forma così strana, così rara...". Le sue non sono accuse. Sono solo pensieri in libertà, che lo accompagnano sempre, assieme ai mille ricordi senza tempo di un'avventura straordinaria. "Verona è un pezzo bellissimo della mia vita". Ma c'è qualcosa di Verona che ogni tanto, di notte, lo fa sobbalzare. Si sveglia e ricorda. "Ripeto, non posso dire niente, nè accusare, ci tengo a dirlo perchè sarebbe sbagliato pensare che la malattia sia legata a pratiche illecite. Però, io mi ricordo benissimo in quegli anni, che tutti i venerdì mattina, si facevano bagni, massaggi e poi le flebo. Non so di cosa si trattasse, mi ricordo benissimo questo. E col senno di poi, con tutto quello che senti, che succede o è successo a tanti colleghi, spesso in quegli stessi anni, è inevitabile pensare che qualche legame ci possa anche essere". Mai pensato allora di dire di no? Mai pensato di chiedere? Scuote la testa. "Io mi ricordo che, soprattutto per chi giocava, era praticamente obbligatorio farle. Poi, diciamo la verità, sei un ragazzo, non pensi a niente, ti dicono che questo fa bene e ti farà star meglio in campo e finisce lì. Ti metti sul lettino, vicino a un tuo compagno, magari ci scherzi pure e vai...".
Beata gioventù. "Non vorrei che questo fosse male interpretato, io racconto quello che ho vissuto e non posso certo spiegare la mia malattia con quelle flebo, ci mancherebbe. Però, un pensiero ti viene, anche perchè a me è successo soltanto a Verona. Quando passai alla Sambenedettese, questa pratica non era diffusa. Forse a Verona sì, perchè eravamo in A e magari lo sforzo da sopportare era più intenso. Può essere anche quello, chissà. Di sicuro, ci tengo a dirlo, non voglio che queste parole vengano interpretate male. Farei un torto ai miei compagni, alla società, ai medici, a tutte le persone che ricordo con infinita nostalgia". A quelle che non avrebbe mai voluto lasciare. "Non farmici pensare. Se tornassi indietro, non lascerei mai il Verona". Ricorda, come fosse oggi. "Io volevo giocare, mi sentivo un po' trascurato. Forse sbagliavo, col senno di poi, resterei al mio posto, ma quando sei giovane, a volte, decidi con l'istinto". Il Verona prova ad accontentarlo. "Andammo al mercato di novembre, era l'ultimo giorno, con me c'erano il presidente e Fiumi, il segretario. Dovevo andare al Brescia, poi l'affare sfumò e riprendemmo la strada di casa. Ero ancora del Verona...". Galeotto fu il borsello. "Ma sì, l'avevo dimenticato al mercato. Tornammo indietro a riprenderlo. E al presidente arrivò l'offerta della Sambenedettese. "Se vuoi..." mi dissero. Io andai...". E' il destino che decide per te. "Sempre" sorride Cozzi. "Magari, fossi rimasto a Verona, avrei allungato la mia carriera, saremmo qui a parlare di altre storie e di altre partite...". Oggi allena i ragazzi del Morolo, vicino a Frosinone e intanto gioca la sua sfida più difficile. "La mia vita è cambiata, ma dentro ho una forza incredibile. I controlli che ho fatto mi danno fiducia. Son passati cinque anni, qua non puoi mai distrarti, mai abbassare la guardia, ma vado avanti. Ci credo. Combatto. Sorrido. Ho voglia di vivere. Ho deciso di raccontare perchè è giusto che la gente, soprattutto i ragazzi, sappiano. Non voglio pubblicità, non cerco pietismi, nè pacche sulle spalle".
Aveva anche iniziato a scrivere la sua storia. Venti, trenta, cinquanta pagine. "Poi ho buttato via tutto. Mi son detto, Glauco, che fai? Magari non fai in tempo a finirla, la tua storia. Qui non è come una partita, non sai quando arriva il fischio finale...Certo, finchè l'arbitro fa giocare, io non mi arrendo...". Non l'ha mai fatto. Non lo farà mai.
Raffaele Tomelleri

Raffaele Tomelleri
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