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10 dicembre 2018

Sport

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05.11.2018

Il Chievo non c’è Settimo ko di fila Ride il Sassuolo

Il Chievo non c’è più. La luce si è spenta. E della stanza nella quale è imprigionata la squadra di Ventura hanno tolto forse pure l’interruttore. Il buio diventa compagno di una prigionia forzata che porta rabbia, sgomento e smarrimento. Pure ieri la stessa storia. Passa il Sassuolo. Passa contro un Chievo (al settimo ko di fila) lento, confuso, ancora senza riferimenti e gioco. Pure senza idee, ritmo ed identità. Così la strada appare segnata. Fragilissimi i ragazzi di Ventura che rivisita il senso dello stare in campo del Chievo ma non trova soluzioni idonee a tenere viva la speranza. Sguardo rifrangente. Abbaglia con i suoi pensieri Gian Piero Ventura. Maschera veneziana di un Chievo che non ha ancora trovato l’abito da baccanale. Il Sassuolo è severo esame per chi è costretto a convivere troppo a lungo con limiti e umane frustrazioni. E, intanto, si gioca. Il mantra? Riprovaci, ritrovati, rinasci, Chievo. Solo così i ragazzi di Luca Campedelli possono ridare un senso ad una stagione che un senso, oggi, non c’è l’ha. Ma non va così. Cioè, il Chievo ci prova, ma non convince, non sfonda, non penetra nell’anima del Sassuolo. Che sta lì, appollaiato sulla partita, piedi nella seta. Tanto, prima o poi, qualcosa succede. Il Chievo è fragile, troppo fragile, per reggere a lungo. Parte in ampiezza. Con Ventura che propone una sorta di 5-2-3. Kiyine e Depaoli devono presidiare le corsie e ripartire. In mezzo Obi e Radovanovic recitano da soli. Ma è di sofferenza che si parla. E davanti Giak e Birsa viaggiano in simultanea alle spalle di Stepinski. Ma non c'è gloria. Poche idee, poco ritmo. Pure la difficoltà nel trovare verticalizzazioni rapide. In confusione quando la palla arriva dalle parti di Sorrentino. L’illusione di un Chievo altro da sé (rispetto al passato) dura lo spazio di un quarto d’ora. Giusto il tempo di vedere due sgommate che portano solo rumore e nessun effetto. Il Chievo è malato, non convalescente. S’abbassa, non trova l'area avversaria, non trova inneschi. Troppo timido per pungere per davvero il Sassuolo. Zero tiri in porta. La luce che resta spenta. E pure l’idea, a guardarla da fuori, che il tunnel imboccato sia senza fine. Succede così che il Sassuolo trovi pure il vantaggio. L'ennesimo colpo da ko di una stagione al fiele. Di Francesco ha tempo di aggiustarsi la palla, prendere la mira e calciare là dove Sorrentino non può proprio arrivare. Un deja vu, un tormento, una frustrazione. Gira e rigira, questo almeno racconta il primo tempo, è sempre lo stesso Chievo. Pure in emergenza, visto che sette sono rimasti in infermeria. Ma di questi tempi serve salvare la pelle. Se il Titanic affonda, prima di tutto va trovata la scialuppa. Poi, in mezzo al freddo oceano si potrà ragionare su tutto il resto. Riflessione dell’intervallo, con tra le mani caffè nero e fetta di pandoro: a questo Chievo serve un miracolo per ridestarsi e rinsavirsi. Tutto sembra compromesso. Anche se oggi il tempo può risultare alleato. E c'è chi si accontenta pure di portare a casa un punto. Per colmare l’handicap e ripartire almeno da zero. Va così al freddo e al gelo. Che anche un fiammifero può avere la forza rigeneratrice del falò della Befana. E si riparte. Ma è il Chievo che non riparte. Spento. Quasi fino in fondo. Ventura mette pure un difensore, Tanasijevic, espulso poi per somma di ammonizione, quando c'è invece da spingere e provare a ripartire. Ma il Chievo rincula. Non trova mai linee di passaggio efficaci, gioca in orizzontale, non sfonda. Timidissimo al limite dell’imbarazzo. L'idea è quella di una resa. Soprattutto sul piano mentale. Difficile, troppo difficile galleggiare sulle proprie inquietudini. E il Chievo si desta solo nello spazio di un minuto. A partita quasi finita. L’idea che un gol possa pure arrivare. Ma non arriva nulla di buono. Troppo poco per cambiare il senso delle cose. L'autorete di Giaccherini (appoggio molle di petto a Sorrentino che da terra non riesce ad intervenire) rende la notte ancora più amara. Segni di un destino che porta con sé solo condanna. Reminiscenze di un passato che ritorna. E che forse aiuta a sperare. Ma la realtà oggi fa paura. •

Simone Antolini
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