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20 ottobre 2018

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09.02.2018

«Chievo, adesso usa il cuore L’esperienza è l’arma in più»

L’urlo arriva dalla Colombia. Appassionato. Orgoglioso. Fortissimo. Una parte di Mario Yepes è rimasta a Veronello, a quei due anni in cui il Chievo che di grandi giocatori ne ha avuti parecchi scoprì che lui era qualcosa di diverso. Non solo un leader, non solo un sublime difensore, non solo un combattente d’altri tempi. Lui sarebbe diventato quello delle 102 presenze con la maglia della Colombia, secondo solo a Valderrama, e del discorso ai compagni, da capitano, negli spogliatoi del Maracanà ai Mondiali del Brasile prima degli ottavi con l’Uruguay. «Oggi abbiamo un grande impegno nei confronti di tutta la nostra gente, della nostra famiglia e del Paese intero. L'impegno più importante però, fratelli, è con noi stessi. Dobbiamo dimostrare perché siamo arrivati fin qui. Abbiamo una partita per dimostrarlo. Mettiamocela tutta. Un, due, tre Colombia». Parole diventate leggendarie. Risultato? Due a zero, doppietta di James Rodriguez. E quelle frasi si trasformarono in un attimo nel testamento di ogni squadra del mondo che vuole prendersi qualcosa ad ogni costo. Yepes, mai fatto un discorso come quello al Maracanà quand’era al Chievo? Il giorno che arrivò Di Carlo, dopo Iachini. C’era anche Sartori nello spogliatoio a Veronello. Non fu facile perché non conoscevo la lingua. Così parlai in francese, nella traduzione mi aiutò Frey. Sentivo il dovere di farlo, avevamo appena cambiato allenatore e qualcosa anche in noi doveva cambiare. Dissi che quella salvezza dovevamo andare a prendercela. E la reazione dei miei compagni alla fine fu la migliore possibile. Resta quello il ricordo più bello? Senza dubbio. A dicembre avevamo nove punti, eravamo già in Serie B. Poi però cambiò tutto. Ne facemmo tanti nel girone di ritorno, ci salvammo persino in anticipo. Tutte le partite eravamo con l’acqua alla gola, eppure ne venimmo fuori alla grande. Vivere quella situazione, che non mi era mai capitata prima, diede qualcosa in più alla mia carriera. All’inizio non sapevo come affrontarla, riuscire a raggiungere quell’obiettivo è stata la risposta migliore. E l’anno successivo restammo sempre nella prima parte della classifica. Contentissimo di aver fatto parte di quella squadra. Ho letto una vostra intervista a Mantovani, in cui diceva che per lui Yepes è stato un maestro. Ho sorriso. In effetti gli rompevo sempre le scatole, gli indicavo come mantenere la linea di difesa e come muoversi. Ero così, volevo il meglio da tutti. I compagni indimenticabili? Tanti. Penso a Luciano, a Marcolini, a Mandelli, a Moro che al Chievo ha sempre voluto un bene particolare. Bello che adesso sia alla guida del settore giovanile, bello che tanti altri facciano ancora parte della società. In un club non esiste colo il campo. E per quello ci sono sempre Sorrentino e Pellissier. Per chi ha giocato nel River Plate, nel Psg e nel Milan cosa è stato il piccolo Chievo? Una grande esperienza, non solo a livello calcistico ma soprattutto a livello personale. Dopo il Psg volevo un altro calcio, possibilmente quello italiano. Fu una buona scelta. Sarei potuto ritornare al Chievo, ad un certo punto sembrava potesse andare così. Non è successo, ma il ricordo di quegli anni resta bellissimo. Il modo per uscire da questo momento difficile invece qual è? Il cuore. La rosa ha tanta esperienza, questo è il momento di farla valere. Adesso tutti devono guardarsi dentro la loro vita di calciatori e dare il massimo. Dopo quella nostra salvezza del 2009, alla fine il Chievo si è sempre salvato con serenità. Anche perché il calcio italiano negli ultimi anni è cambiato molto. Adesso le ultime restano in fondo dall’inizio alla fine, una volta c’era più lotta. Ora il Chievo è vicino alla zona rischiosa ma ha tutto per riprendersi. Le manca l’Italia? Mi manca, ma dopo tanti anni ho finalmente la possibilità di stare con la mia famiglia. Sono nove mesi che non lavoro, ne approfitto per godermi gli affetti più cari. Com’è la vita da allenatore? L’ho provata col Deportivo Calì ma in Colombia non è come in Italia. Da noi un allenatore deve seguire tutto. Anche la logistica, anche occuparsi del ritiro. E questo non va bene. Chi è in panchina per me deve soprattutto concentrarsi sulla sua squadra. Il suo amico Gattuso se la sta cavando piuttosto bene al Milan Sono contento, c’era bisogno di una persona come lui al Milan. Uno capace di cambiare l’aria, di dare a tutto l’ambiente una scossa e nuove motivazioni. Il Milan quella persona ce l’aveva in casa. Gli faccio i miei migliori auguri. Un giorno allenerebbe il Chievo? Sicuramente sì, ma la società ha già un grandissimo allenatore come Maran che va alla grande. Non so che succederà in futuro, ma io terrò sempre aperta la mia porta per il Chievo.

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Frosinone
1
Chievoverona
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