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16 ottobre 2018

Spettacoli

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04.12.2017

Scarpati e Solarino, sfida vinta

Giulio Scarpati e Valeria Solarino all’Astra FOTO BRENZONI
Giulio Scarpati e Valeria Solarino all’Astra FOTO BRENZONI

È sempre un'impresa ardua confrontarsi a teatro con un capolavoro del cinema. Il pubblico inevitabilmente sovrappone i recitati, gli ambienti, i volti. A volte l'operazione si mette in scia e gode della fama facendone un remake. A volte osa un tradimento. Crediamo che “Una giornata particolare”, visto all'Astra di San Giovanni Lupatoto sia una sorta di terza via rispetto all'irraggiungibile meraviglia del film firmato da Ettore Scola. Senza i primi piani per le inflessioni ironiche di Marcello Mastroianni e la malizia acerba della Loren, andavano trovate altre soluzioni. La regia di Nora Venturini ha così sovrapposto il recitato garbato e gentile di Giulio Scarpati a tempi lenti, in cui le pause, i vuoti, valgono tanto o forse di più dei pieni. Anche perché i pieni sono la violenza inaudita di un fascismo retorico, omofobo e semplicistico. Dentro questa cornice di assurda italianità, dialoga la delicatezza di un galantuomo (parola oggi obsoleta e scomparsa) e di una timida Valeria Solarino, capace di quel pudore anch'esso latitante sui volti delle nostre contemporanee. Pause, lentezza, come resistenza all'assurdo. Questa linea sotto traccia, questa privazione degli eccessi (anche la famosa scena del terrazzo è sfuocata e “lontana”) ha i contorni e i tratti del classico. D'altronde proprio sul palco dell'Astra, qualche settimana fa era passato “Sorelle Materassi” con Lucia Poli e Milena Vukotic, segno che questo ritorno alla tradizione del teatro può essere un modo per rilanciarne l'appeal, anche in provincia. Anche il teatro di “Una giornata particolare” parla di se stesso, con quelle scene quasi a vista, quei camminamenti neanche tanto fuori le quinte, quel gioco consueto di dividere la scena in alto e basso a rappresentare i due appartamenti. Soluzioni che hanno i loro rischi. Come l'abuso dei documentari dell'Istituto Luce, così come troppo teatrale ad esempio ci è parso l'amplesso amoroso finale tra Gabriele e Antonietta: ci saremmo aspettati una coerenza nel pudore e non l'enfasi di una bandiera nazista che sventola sulle teste dei due timidi amanti improvvisati. Anche alcune macchiette, come quella della portinaia forse eccedono i toni pastello, eleganti, di una operazione orgogliosamente (e felicemente) démodé. • S.Az.

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