20 gennaio 2019

Spettacoli

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07.05.2016

Ai veronesi Babilonia Teatri
il Leone d’argento della Biennale

Enrico Castellani e Valeria Raimondi di Babilonia Teatro in «Jesus»
Enrico Castellani e Valeria Raimondi di Babilonia Teatro in «Jesus»

Qualche anno fa al festival di Napoli chiedemmo a Renato Palazzi perché aveva sposato incondizionatamente la causa dei Babilonia Teatri. Ci rispose che nei Teatri degli anni Zero (gli inizi del duemila) erano gli unici ad avere «una splendida autoironia». Ci piacque quella lapidaria definizione perché liquidava il dubbio che Enrico Castellani e Valeria Raimondi potessero sopravvivere proprio all'onda lunga di quei movimenti che a distanza di dieci anni o si erano adattati alle major dei cartelloni, o necessitavano di rinfrescare i loro linguaggi resistendo ai bisogni dell'iper-produzione e iper-visibilità bulimica. Così è stato e venerdì 29 luglio La Biennale Teatro consegnerà ai Babilonia il Leone d’Argento per il Teatro.

Così dopo Rimini Protokoll (2011), Angélica Liddell (2013), Fabrice Murgia (2014), Agrupación Señor Serrano (2015) tocca ad Enrico e Valeria, drammaturghi, autori, registi e attori, ritirare il prestigioso riconoscimento a Ca’ Giustinian.

Come faceva notare Oliviero Ponte di Pino in uno dei suoi primi pezzi storici sul gruppo, I Babilonia sul loro sito hanno ancora la sede a Oppeano. Una sottolineatura non solo geografica ma ideologica. Perché anche noi andammo là per vedere il primo Panopticon Frankenstein nel 2006, così difficile da ospitare nei teatri per quello che poi sarebbe stato definito teatro pop-rock-punk. Un teatro che anche negli ultimi lavori, amplifica di fatto il rumore di fondo della «gente» per svuotarlo di contenuto. Un teatro che nasce proprio dalle macerie di certa seriosità emiliano-romagnola di cui ancora vediamo le scorie anche a Verona. Se la realtà ci racconta le favole, il nuovo teatro di cui i Babilonia sono alfieri, non può che resistere portandone al paradosso l'insostenibilità. Se la realtà, con le sue diversità e marginalità (e quante ne hanno raccontate i Babilonia da Pinocchio a David è morto) è diventata assurda basta portarla all'estremo, senza morale, senza senso, con la sola arma del grottesco e del dissacrante. Un teatro del disagio e della rivolta nell'impotenza e nell'amarezza che ne deriva, nella percezione lucida della propria alterità.

Per questo il direttore della Biennale Teatro Àlex Rigola, ha parlato di «teatro necessario», nella motivazione che qui trascriviamo orgogliosamente per intero: «Per essere sempre alla ricerca di un messaggio positivo in tempi e situazioni in cui sarebbe facile fare il contrario. Per i loro spettacoli, strumento di sensibilizzazione rispetto alla complessità della nostra società. Per la sensibilità verso i più svantaggiati. Per la sensibilità nel trattare tematiche complesse senza abusare dei drammi reali degli interpreti. Per fare del loro teatro uno strumento di inclusione sociale. Per un teatro che mostra a noi spettatori una realtà che non sempre è visibile. Per la loro umanità. Per essere terapeutici. Per la loro pazienza. Per saperci emozionare. Per la loro bellezza scenica. Perché rappresentano un collettivo teatrale che non sempre è stato considerato come si meritava».

Simone Azzoni
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