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19 settembre 2018

Spettacoli

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05.08.2018

TARGHETTA LE IPOTESI DI FELICITÁ

Francesco Targhetta, classe 1980 e tra i 5 finalisti del Campiello
Francesco Targhetta, classe 1980 e tra i 5 finalisti del Campiello

Il suo debutto nella prosa è finito subito nella cinquina del Campiello. Francesco Targhetta, trevigiano, classe 1980, insegnante di materie letterarie negli istituti superiori, è una delle sorprese di questa 56esima edizione del premio. Il suo “Le vite potenziali” ha già vinto il Berto e come finalista per Mondadori ( 252 pagine) ha superato la concorrenza di scrittori più esperti. Lei è nato come poeta, si è poi cimentato in un romanzo in versi (“Perché veniamo bene nelle fotografie”) nel 2012 e ora ha fatto il salto nella narrativa pura. Come è nata si è sviluppata questa evoluzione? Coltivavo l’idea di cercare una strada nuova da un po’, ma i tempi non erano ancora maturi. Ci avevo provato in passato senza grandi risultati, poi finalmente ho sentito che era arrivato il momento. Ho capito che per scrivere un romanzo si deve accumulare una certa esperienza della vita e del mondo. Quali difficoltà incontra un poeta nel passare alla prosa? La maggiore è quella di trovare un ritmo, che qui deve essere dato dalla trama e dai fatti. Bisogna lavorare ogni giorno, con metodo, mentre la poesia nasce da un’ispirazione e si consuma irregolarmente. Per la seconda serve una maggiore e intensa applicazione. “Le vite potenziali” è la storia di tre amici molto diversi tra loro che lavorano alla Albecom, un’azienda informatica di fantasia a Marghera. Per immedesimarsi nelle situazioni lei ha trascorso mesi in una realtà simile. Una “vita potenziale” anche la sua? Io soffro della sindrome della contemporaneità. Anche da lettore e da ascoltatore di musica vengo attratto soltanto dalle ultime uscite. Per me è inconcepibile scrivere di un tempo diverso da questo, e ovviamente questo tempo è dominato dalla tecnologia: non essendone un esperto, dovevo affrontarlo dall’interno. Narrativamente però ha scelto una soluzione tradizionale. Sì, la terza persona contrasta con quel presente liquido e informe in cui volevo calarmi. Non nascondo che alcuni critici me l’hanno rimproverato. I suoi personaggi costruiscono realtà virtuali che suggeriscono e sviluppano decine di possibilità, sono attaccatissimi a mail e programmi ma operano poco sui social. Perché ho riscontrato davvero una diffidenza verso i social da parte di chi lavora molto sul web. Poi si sono sviluppati in autonomia, trascinati ciascuno dal proprio carattere. Luciano l’introverso, Alberto il leader, Giorgio l’instancabile procacciatore di clienti si evolvono ma alla fine hanno davanti a loro ancora una gamma di esperienze aperte. Tutti, però, nei pochi mesi della storia, hanno capito qualcosa in più. L’alto tasso maschile della Albecom è bilanciato da alcuni delicati personaggi femminili, come la barista Matilde. In realtà Alberto sarebbe ben felice di avere dipendenti donne, ma nell’ambiente ce se sono ancora poche. E’ difficile trovare programmatrici, mi spiegavano gli amici del settore. Colpisce la grande quantità di luoghi e di paesi del Veneto in cui si muovono i personaggi. Vengono nominati quasi furiosamente, nel solco di quella letteratura della pianura del Nordest che dopo i canti d’allarme di Zanzotto ne fa la nota caratteristica della nuova generazione di scrittori: Trevisan, Maino, Bugaro, Santarossa... La prima ragione è che ho un’ossessione per i dettagli che possano aiutare a rendere con precisione l’atmosfera. In più volevo rendere l’idea che, Marghera a parte, il resto delle nostre terre è una sorta di “copia e incolla”: dalle rotonde alle aree industriali con le palme, quasi tutto oggi è omologante.Ho citato Paese, in provincia di Treviso, un Comune che si chiama proprio così, «il luogo della tautologia dove il bar della stazione si chiama bar della stazione e la pizzeria accanto al capitello Pizzeria Al Capitello»: c’è chi l’ha scambiata per una trovata letteraria. Come sta vivendo il tour degli incontri pubblici dei finalisti del Campiello? Sono piacevolmente stupito della partecipazione del pubblico. Mi sembra qualcosa di genuino, diverso da certe folle che si muovono per i festival letterari: per carità ben vengano anche quelle occasioni, ma poi se le raffrontiamo ai numeri dei consumatori effettivi di libri qualcosa non torna. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandro Comin
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