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21 luglio 2018

Spettacoli

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16.12.2017

«Quello che conta è solo il talento Ma oggi non lo insegna nessuno»

Edoardo Leo durante l’incontro di Bovolone
Edoardo Leo durante l’incontro di Bovolone

Silvia Allegri «Gli incontri con il pubblico? Non potrei farne a meno, perché permettono di ricreare un contatto genuino con le persone, creare empatia e misurarsi sempre con le proprie capacità». Parola di Edoardo Leo, attore, regista e sceneggiatore, ospite a Bovolone dove ha dialogato con Cristian Calabrese nell’ambito dell’iniziativa «Una poltrona per due», il format dedicato al grande schermo promosso dall’amministrazione insieme al gruppo cultura e alla pro loco. Leo, classe 1972, vanta ormai una lunga serie di successi e riconoscimenti: ha conquistato il pubblico con «Noi e la Giulia», «Smetto quando voglio», «Perfetti sconosciuti», uno dei film italiani col più ampio successo negli ultimi anni, che ha messo a nudo la fragilità, le bugie e le doppie vite che si nascondono dentro gli smartphone. «Perfetti sconosciuti» ha avuto un successo incredibile Ricordo scene memorabili, la sera della presentazione di «Perfetti sconosciuti». Gente che è uscita dal cinema e si è lasciata la sera stessa. Perché il finale apparentemente consolatorio di fatto ci rivela che potrebbe succedere a ognuno di noi di scoprire verità scomode. E ora un altro suo film, «Smetto quando voglio», è diventato una saga. Un’operazione inconsueta nel cinema italiano: ammetto che mi fa un certo effetto lasciare un personaggio che ho interpretato per molti anni. Quale criterio segue nelle sue scelte di regista e attore? Mi interessa partecipare a progetti che mi rappresentano, e che sento in linea con la mia evoluzione. Prima ancora della bravura sono convinto che il pubblico valuti le mie scelte, e decida di venire a vedere i miei film in base al percorso fatto negli anni. Cinema o teatro? Il teatro per me è come essere a casa: sul palcoscenico mi sento a mio agio, giù dal palco spesso mi sento fuori posto. Credo che sarebbe utile a tutte le persone studiare teatro: serve per capire la vita, misurarsi, fare bene il proprio mestiere, qualunque esso sia. Di cosa parla durante le serate in giro per l’Italia? Mi muovo con un libro che raccoglie centinaia di racconti: sulla mia vita, su quella degli altri, ma anche incentrati sulla riflessione. Spaccati di umanità che fanno ridere e pensare. Prendo degli aneddoti e li trasformo in teatro, con una comicità che si avvicina di più alla poesia. Avrebbe mai immaginato di diventare attore e raggiungere un tale successo? Ho iniziato nel 1993, e quindi festeggio adesso 24 anni di carriera. Ma preferisco chiamarla gavetta: non voglio dare niente per scontato, e sono felice di emozionarmi sempre di fronte a un cartellone con la mia faccia sopra. Lo voglio trasmettere anche ai ragazzi durante i corsi che tengo: il rischio oggi è quello di illudersi, magari vedendo i talent show, pensando che sia facile arrivare al successo. Cosa consiglia ai ragazzi? Quando non sono stato ammesso in accademia mi sono preso i libri e ho iniziato studiando da solo. Ho passato tutte le fasi: ricordo spettacoli lunghi ore in cui dicevo tre battute. Poi però le cose cambiano. Servono tenacia e umiltà, e studiare seriamente è importante. Anche se poi ciò che conta è il talento: quello non te lo insegna nessuno. •

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