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24 settembre 2018

Spettacoli

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17.02.2018

LO SCOPRITORE DEI FARAONI

Il celebre tempio di Abu Simbel, individuato da Belzoni
Il celebre tempio di Abu Simbel, individuato da Belzoni

Franco Bottacini Giovanni Battista Belzoni? A Padova conoscono via Belzoni e l’Istituto per geometri cui è intitolato, ma quasi nessuno ricorda chi fu. Anche se pochi libri lo citano, Belzoni fu il più grande esploratore dell’Egitto nel XIX secolo. Per celebrare il bicentenario delle sue maggiori scoperte e riscattarlo dall’oblìo, esce ora un volume di Alberto Siliotti, giornalista scientifico, fotografo e scrittore di origine veronese, trapiantato da molti anni in Egitto, della cui storia, cultura e ambiente è specialista riconosciuto a livello internazionale. Siliotti è autore di guide tradotte in varie lingue e ha recentemente organizzato tre missioni sul Mar Rosso, proprio per documentare i viaggi e le scoperte di Belzoni. Il libro, ricco di oltre 400 illustrazioni e impreziosito da un’accattivante veste grafica, è la prima biografia illustrata di Belzoni; si intitola «Giovanni Belzoni alla scoperta dell’Egitto perduto» ed è edito da Geodia (pp. 200, 19,90 euro). Giambatta Antonio Bolzon, questo il vero nome dell’esploratore, nacque e morì povero malgrado le sue eccezionali scoperte archeologiche e la ricchezza dei reperti, anche se le più importanti tombe da lui ri-scoperte erano già state spogliate dai predatori in tempi antichi. Vede la luce il 5 novembre 1778 nel rione Portello. È figlio di Giacomo, un valente barbiere. Il quartiere Portello vive attorno al porto sul Bacchiglione, il fiume che collega Padova alla laguna. Qui è un andirivieni di burchi che portano le merci da e per Venezia e Chioggia. Ma Portello va stretto a Giambatta: lui sogna grandi viaggi e grandi avventure. La sua vita è da subito movimentata. Nel 1794 parte per Roma. È convinto che la sua famiglia abbia origini romane e per questo muterà il cognome da Bolzon in Belzoni, per cancellarne la matrice veneta. A Roma Giambatta seguirà dei corsi di tecnica idraulica. Ma è inquieto, indomito, ostinato. Riprende a viaggiare, all’inizio assieme al fratello Francesco: Francia, Olanda, Inghilterra, Irlanda, Spagna, Portogallo. È un uomo di forte personalità e carattere deciso. Mentre sogna una vita avventurosa, intanto sfrutta la sua gigantesca corporatura (è alto due metri) per esibirsi in numeri da circo che lo renderanno famoso. A Londra conosce e sposa Sarah Banne, che gli resterà per sempre fedele. Nel 1815 Belzoni, assieme alla moglie, compare a Malta e poi ad Alessandria d’Egitto, dove cercherà di sfruttare l’applicazione di una macchina idraulica di sua invenzione. Il progetto naufraga, ma in Egitto Belzoni visita le piramidi e scopre la passione per gli scavi e l’archeologia. Decisivi sono gli incontri con i consoli di Francia Bernardino Drovetti e d’Inghilterra Henry Salt. La prima occasione per entrare nel mondo dell’archeologia è il trasporto su commissione di un prezioso reperto. Ma il padovano si mette a cercare gloria in proprio. Il 30 giugno 1816 con la moglie Sarah, un domestico, un interprete, un po’ di viveri e poche attrezzature salpa alla volta dell’antica Tebe: «Il busto colossale di Ramesse II, battezzato il giovane Memnone, lo attende». Il recuperato busto del Giovane Memnone si trova oggi al British Museum assieme ai reperti più importanti riportati alla luce da Belzoni. Oltre alla scoperta dell’antica città di Berenice, sul Mar Rosso, altre grandi imprese attendono l’esploratore nell’affascinante e misterioso Egitto dei faraoni. Le più entusiasmanti riguardano nel 1817 l’apertura del grande tempio di Ramses II ad Abu Simbel e la scoperta della più bella tomba della Valle dei Re appartenente al faraone Sethi I e, nel 1818, l’apertura della piramide di Chefren a Giza. Belzoni è amato dagli egiziani perché impara la loro lingua, si adatta alla loro cultura e alla loro vita e si veste alla foggia araba, facendosi crescere una folta barba. Gli operai lo amano e rispettano e sotto la sua direzione e il suo esempio lavorano sodo. Le eclatanti imprese compiute, porteranno celebrità e gloria a Belzoni, ma non lo arricchiranno. In compenso avrà detrattori e denigratori, forse invidiosi dei suoi successi e critici per i suoi metodi di scavo sbrigativi e rudi. Un suo resoconto delle imprese in Egitto verrà riconosciuto come il più affascinante libro della storia dell’egittologia. Tornerà in Europa, ma non rinuncerà mai a viaggiare. Nel 1823 va alla ricerca di Timbuctù, risalendo il corso del Niger, nell’attuale Mali, senza però riuscire nell’ennesima impresa. Arrivato in Nigeria, a Gwato (attuale Ughoton) si ammala di dissenteria. Il 25 settembre l’archeologo padovano scrive l’ultima lettera alla madre e ai fratelli. Il gigante esploratore si sente vicino alla fine. Affida a un paio di missive le sue ultime volontà. Destina l’anello che gli donò lo zar Alessandro e una borsa contenente 350 sterline – tutti i suoi averi – alla cara, devota moglie Sarah in Inghilterra, affranta per non averlo seguito nell’ultimo viaggio e in trepida attesa di sue notizie. Giambattista Antonio Bolzon muore il 3 dicembre, a 45 anni. Il suo corpo viene sepolto «sotto un grande albero, alla profondità di sei piedi». Della sua tomba non rimane memoria; già dopo qualche decennio resterà solo un «grande albero». Sarah morirà a 87 anni, nel 1870, a St. Heliers, isola del Canale della Manica. Anche la sua tomba finirà nell’oblìo. La sua sepoltura è stata riscoperta e restaurata solo alcuni anni fa. •

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