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12 dicembre 2018

Spettacoli

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07.03.2018

LA DONNA DEL VATE

Gabriele D’Annunzio (1863-1938)Luisa De Benedictis
Gabriele D’Annunzio (1863-1938)Luisa De Benedictis

L’unica moglie, Maria Hardouin di Gallese, o la musa del «Piacere», Barbara Leoni? La divina, Eleonora Duse, o un’altra delle numerosissime amanti? Chi fu la prima donna del grande Gabriele D’Annunzio? Nessuna di loro. Tale ruolo spettò alla madre Luisa De Benedictis, Donna Luisetta chiamata affettuosamente «Mammà» o devotamente «mater Mirabilis». La sola che mai lo abbandonò fino al proprio ultimo giorno di vita, soprattutto nei momenti difficili, e che meritò - tolta da un modesto cimitero - l’onore di un magnificente sarcofago di marmo con la sua effigie giovanile, alla maniera dei santi, in una cappella a Pescara. Madre e figlio in rapporto mistico («O Madre, sia gloria al tuo capo!»): lui eterno fanciullo che la venera, lei madonna paziente che attende il ritorno del figlio alla «culla». Queste considerazioni vengono dall’epistolario «Cara, cara mamma», a cura di Franca Minnucci (Ianieri, pp. 176, 16 euro), che in oltre 200 scritti - tra lettere, telegrammi, cartoline e biglietti - aggiunge un contributo ai vasti studi sul Vate, un corpus non scontato per gli ottant’anni dalla sua morte, avvenuta il 1° marzo 1938. L’epistolario copre quarant’anni: dai tempi del Collegio Cicognini di Prato alla morte della madre, il 27 gennaio 1917. Domani comincerà il 1883 e tu avrai un «uomo» per figliuolo... Il giovane D’Annunzio, studente di ottimo profitto che è già stato baciato dalle Muse con «Primo Vere» (1879), sente di essere un uomo. Eppure si compiace di coccolare da lontano sua madre con questi versi: «Co’ l’alma piena dei disii d’amore,/ penso a ‘l tuo bacio, a ‘l tuo riso tranquillo;/ e veggo in mezzo a tutto quel fulgore/ la tua soave immagine raggiante/ siccome una Madonna de’l Murillo». La lettera dell’ultimo dell’anno 1882 lo vede a Roma con l’ambizione di metter su famiglia, realizzata l’estate seguente nel matrimonio con la nobile Maria: dal grembo fiorisce il primo di tre figli, Mario. La vita nella capitale è costosa ma va preferita al microcosmo di Pescara per la possibilità di carriera. D’Annunzio aggiorna costantemente la madre sullo stato familiare; nel frattempo inizia il via vai di denaro che serve per gestire una vita priva di rinunce e ricca di debiti. L’affetto di Donna Luisetta non è espansivo ma sobrio, silenzioso e indulgente. Però gioisce quando il figlio le manda l’edizione principe autografata di una sua nuova opera letteraria, privilegiandola della prima lettura; inoltre lei avidamente legge i giornali che parlano di lui. Sono in caserma, fino a stamani speravo d’essere esentato... Chi se la aspettava una lettera così da colui che fu definito il «poeta-soldato», pieno di Croci al Merito? Il 6 novembre 1889, dalla caserma del 14° Reggimento Cavalleggeri Alessandria, D’Annunzio scrive che il colonnello ha esitato alquanto ma poi l’ha dichiarato idoneo: sottolinea «mi ha nociuto il nome illustre» e aggiunge, sull’anno di servizio, «prenderò la cosa con allegria». Tuttavia seguono due contrapposte lettere, di settembre e ottobre 1890, una di sconforto da Faenza per le pessime condizioni della caserma («i letti sono nidi di cimici») e una di accettazione da Bologna dell’imminente esame da ufficiale. Ma sono anni che lo vedono insicuro: nel 1892, in cui riceve il titolo di professore, commenta: «Vedrò se mi converrà accettare una cattedra almeno per qualche tempo». Le buone parole non bastano, bisogna mandar denaro... Dagli anni Novanta si intensificano le lettere di richiesta di soldi alla madre. Le buone parole, ossia le rassicurazioni ai creditori, non servono più. Ci vogliono i soldi, tanti e continui, che D’Annunzio chiede a lei talvolta in forme sottili, ma mai cattive, di ricatto: «Ricòrdati di quel mio verso nella Consolazione: La madre fa quel che il buon figlio vuole». Le opere teatrali e i romanzi assestano provvisoriamente il patrimonio, ma presto le tasche dell’artista tornano ad essere vuote. Ed è la stessa madre a chiedergli denaro quando alla porta bussa un «Cerbero» che non fa sconti a nessuno. La lunga trafila delle restituzioni da assolvere porta la donna, già dal 1909, alle prime avvisaglie del cedimento fisico con problemi allo stomaco e nevrastenia. Scrive lei: «Caro Figlio, passo i giorni in continua agitazione, il pensiero dei pagamenti per me è continuo tormento, vorrei vivere più tranquilla. I denari che mi hai mandati a Natale sono di già stati distribuiti tutti». Desidera avere accanto il figlio nella vecchiaia ma sa bene di chiedere l’impossibile. D’Annunzio non scrive mai in modo retorico, non divaga sui suoi problemi sentimentali né accenna alle amanti: dopo la moglie, sembra aver cancellato l’universo femminile. E invece fu proprio il contrario! Con la sua vita frenetica le lettere cedono il posto ai telegrammi. Tra le righe si leggono spesso richieste di perdono: il figlio si sente in colpa di trascurare la madre anziana. In un fugace ritorno a casa (gennaio 1915) D’Annunzio la vede ormai incapace di camminare e parlare, e nel Notturno ne testimonia l’angoscia; due anni dopo (gennaio 1917) torna per darle l’estremo saluto, in una morte che poeticamente è «non più il passaggio oscuro tra due luci, ma la congiunzione chiara di due luci». Guardando per l’ultima volta il viso della madre, la definisce «bella» nel colmo di uno stupore ineffabile. •

Stefano Vicentini
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