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15 dicembre 2017

Spettacoli

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17.09.2017

Il boom dei festival
«Qui lettori e autori
condividono i libri»

Gian Mario Villalta, 58 anni, direttore artistico di Pordenonelegge
Gian Mario Villalta, 58 anni, direttore artistico di Pordenonelegge

Maria Vittoria Adami

PORDENONE

Un vociare inusuale nelle strade, accompagnato dal borbottio dei passi di migliaia di persone che gremiscono tendoni e sale, passeggiano tra vetrine agghindate con i colori della manifestazione e scolaresche che sbucano da ogni vicolo. C'è un clima frizzante quando in città c'è un festival. Da Nord a Sud, sia esso dedicato alla letteratura o alla storia, alla filosofia o all'attualità, è un appuntamento che piace. E dagli spettatori che calamita arriva un messaggio controcorrente: nell'era in cui la cultura è messa in secondo piano, c'è voglia di crescere, conoscere e incontrarsi. Perché ai festival «vincono la necessità di relazione, la trasmissione del sapere e i punti di vista dell'esperienza extrascolastica», spiega Gian Mario Villalta, 58 anni, poeta, insegnante e direttore artistico di Pordenonelegge, la festa con gli autori che si conclude oggi.

Professor Villalta, perché i festival funzionano?

Coprono un'esigenza culturale e relazionale che altre forme di fruizione non riescono a contemplare. Ma direi che rispondono soprattutto alla richiesta relazionale. I festival mettono i protagonisti di un atto solitario, come è la lettura, in collegamento empatico con un altro mondo. Le alternative sono la carta stampata e la realtà telematica, ma entrambe fissano una distanza con la persona e presuppongono un eccesso di stimoli, la cui portata spesso comporta il sospetto che l'elemento pubblicitario e l'onda promozionale faccia agio sulla partecipazione.

Ai festival non accade?

Nei festival il faccia a faccia con l'autore e l'empatia con altri lettori danno un'altra temperatura e la sensazione di portarsi più vicini a una condivisione. Molto spesso sono efficaci perché partono da un confronto vivo dell'autore con la dimensione privata della lettura del libro. Le chiacchiere col vicino di sedia e gli eventi, infine, danno una visione più ampia.

E poi c'è l'aspetto culturale.

L'attività legata al festival è una promozione di un altro materiale letterario che ha il suo buono nel tempo: il festival forma non al primo incontro, ma di anno in anno. E l'attività si rinforza collaborando con associazioni e librerie. E con le scuole: questo è un grande vantaggio dei festival, legati al coinvolgimento dei giovani. Si pensi ai 220 «Angeli», i volontari di Pordenonelegge: hanno dai 16 anni in su e ai colloqui ci raccontano che per loro Pordenone è Pordenonelegge. Per loro il festival (che compie 18 anni, ndr) c'è sempre stato e questa presenza ha creato la confidenza con il mondo dei libri e se ne sentono parte. È qualcosa che la sola scuola non riuscirebbe a trasmettere.

Effetti collaterali?

Il divismo purtroppo c'è. Ai festival sono gremiti i luoghi dei personaggi di fama. È forse questo il lato meno utile perché non sempre propongono libri che istruiscono.

Il festival, diceva, forma di anno in anno. Come vede allora, da insegnante, il taglio alle superiori di un anno scolastico?

Non deve essere un taglia-cuci. Oggi il bambino è più veloce nell'apprendimento rispetto a quando è stata impostata la scuola. La conoscenza richiedeva un salto più grande di quello che c'è oggi. Ma non si deve mettere mano in maniera brutale solo alle superiori. Serve un ragionamento che inizi dalla scuola primaria. È quasi una necessità per togliere dal percorso scolastico le zavorre e dare alla preparazione universitaria maggiore libertà. L'università può essere un'avventura che si confronta col mondo del lavoro, avendo un anno in più a disposizione.

Tornando alle relazioni, i festival forse restituiscono ciò che i nuovi mezzi di comunicazione, individuali, negano alla persona?

La tecnologia vince sempre. Quindi, usiamola come un mezzo per accrescere relazioni e apprendere. Se la si usa come specchio narcisistico di sé, se si selezionano tramite i «Mi piace» solo le persone cui si piace, si crea l'isolamento dell'individuo, una quieta follia dell'autosoddisfarsi. Dall'altra parte la tecnologia è un mezzo potente, importante. Avere una quantità di informazioni ovunque è meraviglioso, ma deve essere un mezzo per fare altro, non per stare a guardarsi.

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