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21 novembre 2018

Spettacoli

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18.08.2018

Enzo Ferrari, l’uomo che disse di no alla Ford

La sede della Ferrari a MaranelloEnzo Ferrari al volante negli anni giovanili: la sua carriera di pilota terminò molto prestoEnzo Ferrari (1898-1988)
La sede della Ferrari a MaranelloEnzo Ferrari al volante negli anni giovanili: la sua carriera di pilota terminò molto prestoEnzo Ferrari (1898-1988)

Morì domenica 14 agosto 1988, vigilia di Ferragosto, trent’anni fa. Ma la notizia si diffuse solo dopo tre giorni, a funerali avvenuti, lasciando a lui, Enzo Ferrari, l’ultima vittoria, quella del silenzio. Del resto a Enzo Biagi nella sua ultima intervista aveva dichiarato: «Vorrei essere ricordato con il silenzio, se potessi direi: ‘Dimenticatemi’». Mica facile per il costruttore di auto sportive più famose del mondo. In quell’anno con le Ferrari F.1 correvano Michele Alboreto e Gerhard Berger. Ma tutti i gran premi furono ingoiati da Alain Prost e Ayrton Senna, che a fine stagione conquistò il titolo, dichiarando di aver visto Dio. Unica eccezione Monza, con la vittoria dell’austriaco. Ferrari, classe 1898, non si muoveva mai da Modena. Aveva rifiutato più volte gli inviti a Roma del presidente della repubblica Francesco Cossiga e anche quando arrivò Papa Wojtyla in visita ufficiale alla pista privata di Fiorano, onore concesso a pochissimi industriali, lui declinò. Personaggio difficile, astuto stratega, ma costruttore di una realtà e un marchio che oggi non ha rivali e continua a valorizzarsi nel tempo, tanto che nelle aste d’auto d’epoca collezionisti americani giapponesi (oggi anche russi e cinesi) sborsano cifre da leggenda per aggiudicarsi una sua automobile. Von Karajan iniziò col a dire che «nessuna orchestra riuscirà mai a riprodurre la melodia di un motore dodici cilindri Ferrari». La sua fama crebbe e Ferrari riuscì ad ammaliare la jeunesse dorée dell’immediato dopoguerra. I fratelli Umberto, Vittorio, Giannino e Paolo Marzotto di Vicenza pagarono cash, con la valuta di allora, una cinquantina di milioni di lire per acquistare una dozzina delle sue macchine e poi giocarsi la vita in pista o nelle polverose corse su strada, a Le Mans o alla Mille Miglia, vincendo nel 1950 e 1953, quando un operaio guadagnava un salario di 30mila lire al mese. Eugenio Castellotti da Lodi, pilota spavaldo e temerario, campione italiano, appena defunto il padre avvocato latifondista che gli proibiva di correre, si presentò dal Drake e si regalò una 166 sport da 240 all’ora. Più o meno la stessa cosa fecero il romano Luigi Musso, figlio del proprietario della compagnia di tramway di Shanghai, l’industriale tessile lombardo Edoardo Lualdi Gabardi, il conte Giovanni Volpi di Misurata, i fratelli Pedro e Ricardo Rodriguez, il gioielliere romano Gianni Bulgari e tanti altri personaggi che in un’epoca ancora in bianconero, senza attricette che sgomitavano per una comparsata in tivù, dilatavano la popolarità sui rotocalchi di allora. Presto quelle vittorie, molte della quali pagate con la vita, diventarono memorabili, magico abracadabra per richiamare i grandi della Terra a possedere una delle sue auto. E a Maranello arrivarono - e pazientemente attesero udienza - personaggi del calibro dello Scià di Persia Reza Pahlavi, il principe Bernardo d’Olanda, re Leopoldo del Belgio, il principe Bertil di Svezia, Bao Dai imperatore del Vietnam, il cardiochirurgo De Bakey, che ingigantirono il mito. E poi registi come Roberto Rossellini, attori, cantanti, artisti famosi. Ogni tanto arrivava una sferzata tagliente. Nel 1962 Dino Buzzati scrisse che «al volante di una Ferrari ci sono generalmente giovani ricchi, con facce curiosamente inespressive». Ma nel 1963 il nipote di Henry Ford lanciò l’offerta di rilevare quella piccola fabbrica che conquistava grandi vittorie e titoli cubitali sui giornali di tutto il mondo. Ferrari dette l’impressione di accettare. E tutto lo staff dirigenziale americano si trasferì a Maranello per valutare il patrimonio dell’azienda. Ma quando sembrava fatta, Ferrari scompigliò le carte e fece saltare la trattativa perché scoprì che ogni spesa per le corse avrebbe dovuto essere approvata da Detroit, limitando di fatto la sua autonomia. Molti dissero che fu solo uno stratagemma per richiamare l’attenzione di Gianni Agnelli, che infatti acquisì il Cavallino il 19 giugno 1969. Ma oggi, al di là dei titoli conquistati, delle auto, dei tecnici come Mauro Forghieri e i piloti come Tazio Nuvolari, Gigi Villoresi, Alberto Ascari, Lorenzo Bandini, Giancarlo Baghetti, Ludovico Scarfiotti, Nino Vaccarella, Andrea de Adamich, Ignazio Giunti, Arturo Merzario, Michele Alboreto (tutti taliani, tutti campioni) è bello ricordare un Grande Uomo con testimoni meno noti, eppure a lui molto vicini, come Giuseppe Navone, classe 1919, il primo collaudatore della Scuderia Ferrari, assunto dal Drake nel 1947 con l’incarico di mettere alla frusta le sue macchine. Carta bianca, sempre. Lui, Navone, eseguiva e artigliava i tornanti dell’Abetone in controsterzo con granturismo, sport, prototipi, perfino con le F.1. La gente, quando sentiva l’urlo del 12 cilindri che si arrampicava sulle strade di allora, le ferite dei carrarmati ancora incise sull’asfalto, si appiattiva ai muri delle case. I ragazzini lo aspettavano. Nessuno protestava. Vigili e polizia, quando c’erano, si giravano dall’altra parte. Perfino la corriera delle sette e venti si fermava per farlo passare. Insomma, un’altra Italia. Un giorno, nel 1948, Ferrari gli dice di sedersi a fianco di Clemente Biondetti per fare la 15esima Mille Miglia sulla 166S numero 16. «Anche quella macchina era passata dalle mie mani e sapevo che aveva un trafilaggio d’olio fra il volano e la frizione, ma poi passava, solo che lui, Clemente, appena partito cominciò subito a demoralizzarsi e voleva fermarsi, sì insomma voleva gettare la spugna». Al controllo di Ravenna, Navone sa che c’è il capo ad aspettarli. Scende di corsa, lo avvicina, e senza farsi vedere gli dice di parlare col pilota, di incoraggiarlo, di resistere. Ferrari prende sottobraccio Biondetti, gli dice che il trafilaggio è una sciocchezza, lui prende fiducia, tiene duro e vince la corsa. Sarà l’unico a vincerne 4 di Mille Miglia. «Al traguardo Ferrari mi mise centomila lire in tasca, all’epoca una fortuna, Biondetti invece non mi dette una lira», disse Navone. Non fu l’unico gesto di generosità del Drake. Trent’anni dopo la moglie di Navone sta male, guida a fatica. Il Commendatore viene a saperlo, chiama il vecchio collaudatore e gli chiede un certificato di residenza, senza aggiungere una parola. Lui esegue, fedele come sempre. E il giorno dopo, sotto casa, trova una Mini Minor nuova di zecca col cambio automatico, regalo di Enzo Ferrari. •

Danilo Castellarin
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