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18 novembre 2017

Spettacoli

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30.10.2017

Camillo Sbarbaro
l’anima chiusa
in un frammento

Il poeta Camillo Sbarbaro (1888-1967)
Il poeta Camillo Sbarbaro (1888-1967)

Certi poeti hanno «il diritto di uscire dalla propria solitudine e portare la parola al distratto viandante, a ciascuno di noi», oltre le barricate della cultura specialistica. Lorenzo Polato interpretava così un famoso epigramma di Montale rivolto all’amico Camillo Sbarbaro, introducendo alcuni anni fa il capolavoro di quest’ultimo, «Pianissimo», per Marsilio. Non è il caso di discutere sulla fama postuma dei due poeti liguri, a favore di Montale. Ma quell’augurio oggi raggiunge davvero il distratto viandante, in forma originale.

A Santa Margherita Ligure, dove Sbarbaro nacque il 12 gennaio 1888, è stata appena posta nella stazione ferroviaria una lastra con incisi versi dedicati ad un treno: «Il rapido passò, dentro un barbaglio/ d'ottoni, un rombo. Fervono le guide/ come dietro la nave/ l'acqua bolle./ Ne trasalì/ destato il borgo che pigliava il poco/ sole, mendico abbandonato al muro;/ e l'orecchio di sordo porge al rombo/ affievolito, che di soprassalto/ l'esistenza del mondo gli ricorda». Un’intensa metafora della giovinezza, in un frammento che merita di essere ricordato; infatti è in un testo sconosciuto del 1921. Così in una stazione cara all’autore, esposta all’anonimato ma anche ad una notevole presenza quotidiana, questo può trovare vita.

Ed è un piccolo ma significativo contributo per i 50 anni della morte del poeta, avvenuta il 31 ottobre 1967. Se fosse tra noi, Sbarbaro avrebbe gradito? Nient’affatto, lui che avrebbe desiderato passare l’esistenza solo, su uno scoglio con una canna da pesca. Introverso, anche per le frequenti manifestazioni depressive, ed umbratile - ombra dove vivono i licheni, da lui collezionati e studiati da diventarne esperto di fama internazionale -, Sbarbaro rimase ancorato all’amata Liguria vivendo tra Santa Margherita, Genova, Savona e Spotorno. Si abituò al minimalismo, tema sviscerato da Gina Lagorio nell’ottimo saggio «Un modo spoglio di esistere» (Garzanti, 1981), com’è evidente peraltro dai titoli delle sue opere: in versi, Resine (1911) e Pianissimo (1914), seguite dopo un lungo silenzio da Rimanenze e Primizie (1955 e 1958); in prosa Trucioli (1920) e Liquidazione (1928), quindi negli anni ’50-60 Fuochi fatui, Scampoli, Gocce, Contagocce, Cartoline in franchigia e Quisquiglie.

L’insistenza sul frammento e sul lirismo autobiografico, inaugurati al tempo della militanza nella rivista fiorentina «La Voce», demarcava una scelta di campo mai abbandonata. La confessione dimessa reagiva alle retoriche futuriste di primo ‘900. Il poeta seguiva la tendenza all’intimismo e alla lacerazione interiore di Pascoli e dei Crepuscolari, dei romanzi d’appendice, del teatro decadente e dell’opera lirica, portando l’eredità di Leopardi e Baudelaire nell’essenzialità filosofica e nel nichilismo apatico. «Perduta ha la sua voce la sirena del mondo, e il mondo è un grande deserto. Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso» (in Taci, anima stanca di godere) e «Or questo camminare fra gli estranei questo vuoto d’intorno m’impaura e la certezza che sarà per sempre. Ma restan gli occhi crudelmente asciutti» (in Mi desto dal leggero sonno solo). Una sorta di parola congelata rende inerte il poeta stesso, che come un sonnambulo percorre il cammino della vita stando lontano dalla tentazione del protagonismo.

Sbarbaro è stato definito accidioso e rinunciante, con la virtù del sapersi cancellare. Lui sosteneva tale nomea: «Più che in ciò che riesce a dire, il merito dello scrittore è in ciò che riesce a tacere». E’ però ingiusto ritenerlo del tutto passivo. Montale, che lo conobbe tra i caffè di Genova, lo definì «estroso fanciullo» riservandogli negli Ossi di seppia due testi affettuosi. Inoltre Sbarbaro collaborò con le riviste «Riviera ligure», «La Voce» e «Lacerba», fu insegnante di greco e latino, nonché traduttore. Rivelò il proprio habitat fin dalla poesia d’esordio, Il pino: «M’abbarbico io solo dappertutto. Che val se cresco tisico in apparenza e brutto? se la mia foglia è un ago? Se per tronco mi diede il tufo stitico la spina d’un rachitico? Anche così di vivere son pago». E ancora la sua tenacia alla vita: «Piccola goccia bastami per essere felice; e sol se il tufo ruvido all’avida radice anche la goccia lesina, e invano aspetto il generoso fango, allora solo piango; e profumate lagrime di resina».

Stefano Vicentini
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