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22 gennaio 2018

Spettacoli

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18.12.2017

Per comprendere la musica
d’obbligo passare dal teatro

Giacché ciascuno corre, cercando di tamponare i guai di ogni giorno, cosa è utile offrire a un lettore non specializzato in una recensione di un’opera o di un balletto? I due volumi di “Forma divina. Saggi sull’opera lirica e sul balletto”, a cura di Nicola Badolato e Lorenzo Bianconi, pubblicati nel 2012 da Olschki, raccolgono circa ottanta programmi di sala scritti da Fedele d’Amico per spettacoli andati in scena fra il 1950 e il 1988. In sintesi D’Amico è convinto che la presentazione abbia il compito di far capire, fornendo un «vademecum da leggere e consultare prima e dopo lo spettacolo», in nome dell’arte, non della cultura. Per D’Amico la cultura non “precedeva” ma “seguiva” esperienze di vita, di trasformazione sociale e artistica. Come a dire che si può capire la musica solo si toglie dal ghetto delle note e delle pause per cercare di cosa parla ed ecco che si trova la vita. Quell’intrico di situazioni e di tensioni con gli altri che accadono mentre siamo intenti ai mille guai d’ogni giorno. La forza immaginativa della musica svela le dinamiche più intime fra i protagonisti e ci tocca dentro come solo l’arte può fare. Una messa a fuoco di questo genere naturalmente affonda le radici in un immenso bagaglio culturale. Non solo c’è bisogno d’indicarne le specifiche qualità musicali, ma di indicare l’unità di un discorso che scorge l’insieme e i particolari con uno sguardo solo. Convinto che per capire un’opera lirica sia necessario «ascoltarla in teatro, vedersela davanti in “carne ed ossa”» D’Amico, conquistatosi il lettore, se lo porta a teatro con sé.

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