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21 agosto 2017

Spettacoli

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20.03.2017

Classica, jazz, rock, pop...
Quando i generi scompaiono

In margine al concerto dei Quintorigo con Roberto Gatto al Ristori. Jazz, rock, classica e pop utilizzano sonorità riconoscibili per un appassionato di musica, ma non esauriscono un genere. Certamente aiuta a orientare il timbro utilizzato.

Tuttavia neanche gli strumenti impiegati, che siano quelli dell’orchestra barocca, classica o del jazz, offrono la prova di un particolare linguaggio, esattamente come gli ingredienti della cucina tradizionale non escludono la possibilità di inediti accostamenti.

Potremmo cercare nel ritmo lo spartiacque fra diversi approcci, ma neanche questo è sempre vero. Una pagina di free jazz può apparire assai simile a una di avanguardia colta.

Noi, eredi d’una tradizione costituita da innumerevoli pratiche musicali, tentiamo di definire l’esistente narrandone gli antefatti.

Se non è possibile parlare di musica come d’un oggetto perenne, conviene chiarire i principi caratterizzanti del pensiero musicale del mondo occidentale. Almeno da quando, sul fare del 1600, la musica strumentale è riuscita ad affrancarsi dal testo per la costruzione della forma. Fino a che la voce è stata il mezzo più duttile ed espressivo rispetto agli strumenti, il testo, coi suoi accenti, funzionava come un canovaccio, utile per indirizzare la creatività del musicista. Il colpo d’ala lo ebbero gli autori italiani che cominciarono a manipolare forme di musica pura che non erano più solo sequenze di variazioni, accostate come scene d’un documentario, ma vere e proprie storie, dove ciascuna parte era funzionale al tutto.

 

Elena Biggi Parodi

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