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17 dicembre 2018

Spettacoli

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01.10.2018

Sinfonie che ammaliano con la Mahler Chamber

La Mahler Chamber Orchestra ieri sera al Teatro Filarmonico FOTO  BRENZONI
La Mahler Chamber Orchestra ieri sera al Teatro Filarmonico FOTO BRENZONI

Dopo tanti complessi dotati di poderosi organici, ecco il ritorno di un complesso di minore consistenza strumentale, ma di fama internazionale e molto gradito al pubblico del Filarmonico: la Mahler Chamber Orchestra, che l’altra sera si è nuovamente proposta al Settembre dell’Accademia. Nel suo programma, guidato dal violino concertatore Matthew Truscott, sono emersi in particolare, per ovvi motivi di difficoltà esecutiva: la Sinfonia Concertante per violino e viola di Mozart e la Sinfonia da camera op. 110a di Shostakovich. Due «scogli» che hanno permesso di verificare, nel primo caso, le qualità solistiche della violinista Alexandra Conunova e della violista Béatrice Muthelet. E nel secondo caso di valutare la prestazione della giovane orchestra col suo complesso di pregevoli archi. La Conunova disegna un Mozart capace di sorprendere per la ricchezza delle sfumature, l’impiego del chiaroscuro raffinato, incisivo, privo di forzature e realmente drammatico. Un Mozart vitale, colto in pieno e continuo movimento, capace di unire con coerenza e naturalezza, tratti di una spontaneità giovanile. Béatrice Muthelet è in grado poi di convivere in piena pariteticità con la collega e le risponde da par suo, assecondandone tutti gli intenti, costantemente stimolata com’è dall’ininterrotto scambio di idee che le suggerisce la partitura. Si passa poi con la ripresa della serata, alla Sinfonia da camera di Shostakovich, nella nota trascrizione di Barshai dall’8° Quartetto. Una pagina molto amara, espressionistica, carica di angoscia, articolata in cinque movimenti senza soluzione di continuità, col suo culmine drammatico nel lacerante Allegro molto del secondo tempo. L’esecuzione della Mahler sembra non temere confronti sotto il profilo della qualità tecnica e mostra di tenere testa ai migliori complessi orchestrali sotto quello interpretativo. È molto credibile, infatti, nel restituirci la timbrica caratteristica del sinfonismo di Shostakovich, cogliendone l’intonazione cupa e tormentata, gli effetti di penombra in una dimensione asciutta ed oggettiva, ma provvista di uno sbalzo drammatico vigoroso col suo snodarsi in una consequenzialità narrativa ed in una convinzione, avvincenti. Nella serata era prevista, oltre all’inziale Adagio e Fuga K 546 di Mozart, pure la Cantata BWV 82 di Bach, dove molto stretto appare il rapporto tra la voce e gli strumenti, anche in quelli evidenziati da solisti, come l’oboe dal malinconico impasto che fa da controcanto alla voce. Qui il basso Peter Harvey si dimostra voce vibrante persino nei recitativi, ottimamente dotato nei passi virtuosistici, attento al colore ed all’emissione. Un bel battesimo veronese per il cantante, molto applaudito con i colleghi, che si impongono all’attenzione e all’ascolto. •

Gianni Villani
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