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19 ottobre 2018

Spettacoli

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30.07.2018

Shaggy travolge Sting
E l’Arena balla il reggae

I Caraibi in Arena. Sting & Shaggy, complice il caldo afoso che toglie il respiro, trasformano l’anfiteatro in uno spicchio di Caraibi, raggiunto da 50-60enni veronesi, italiani, francesi e tedeschi e giovani curiosi di ascoltare la strana coppia del reggae. Un melting pop anagrafico e culturale in perfetta sintonia con la contaminazione voluta e cercata da Sting, da sempre maestro della duttilità del pentagramma e della musica. L’ex Police e Mr Boomastic si conoscono da poco, ma sul palco dimostrano un affiatamento coinvolgente che si riverbera sul pubblico, sedotto dalla voce limpida, pulita e incisiva nel falsetto di Sting e dalla guasconeria del rapper giamaicano, bravissimo nel coinvolgere i quasi dodicimila presenti in platea e sulle gradinate.

 

Essenziale il palco, come impone la semplicità del reggae: telo nero alle spalle dei musicisti, impianto luci minimale, diretto più sul pubblico che sugli artisti. A supporto dei quali c’è una band equamente ripartita: i musicisti di Sting Dominic Miller (chitarra), Josh Freese (batteria) e Rufus Miller (chitarra), mentre Shaggy si è portato in tour il tastierista Kevon Webster e i coristi (bravissimi, rappisti di razza) Monique Musique e Gene Noble. Si parte con una versione giamaicana di “Englishman in New York“: Sting, tuta con banda bianca, t-shirt del tour e fisico non certo da quasi 67enne (li compirà il 2 ottobre); Shaggy con panama, camicia bianca, pantaloni scuri e bandiera della Giamaica in mano. Il gioco delle parti è immediato e il ritornello diventa I’m a Jamaican in New York. I due artisti chiamano subito il pubblico a raccolta: il coinvolgimento è grande, ma bisogna fare i conti con la novità dell’album “44/876“, che non tutti conoscono. L’abilità di Sting & Shaggy sta proprio nel trasformare questo limite in un punto di forza. Così a “Morning is coming“ Sting attacca un riff di basso e ci porta indietro nel tempo, con “Everything she does is magic“. Shaggy canta parte della sua “Oh, Carolina“ del 1993 e Sting ci attacca “We’ll be together“. Ma è con “Message in a bottle“ che l’Arena esplode e si mette a ballare. Inutile, sono i vecchi successi a surriscaldare gli animi. Sting lo sa e si veste di umiltà, consegnando i brani suoi e dei Police alla Giamaica: nel passaggio dal Reggae’n’Roll al reggae totale alcuni brani addirittura ci guadagnano. Le tonalità hip pop e rap danno un ritmo - ed un gusto - più brioso e coinvolgente persino alle struggenti ballate di Sting. Come quando Shaggy chiede di accendere le torce dei cellulari... Parte l’accordo di “Fields of Gold“ e l’Arena rende magico il momento.

 

Non c’è un attimo di tregua, si viaggia fra passato e presente con ritmi travolgenti. Impossibile tenere i piedi fermi. Si balla, eccome, con “ If you love somebody“ e il brano che ha dato inizio a questa avventura, “Don’t make me wait“: facendo breccia nel pubblico, soprattutto negli Stati Uniti, ha spinto i due artisti a rinchiudersi in sala di incisione, registrare l’album e quindi affrontare il tour mondiale. Che sta regalando loro molte soddisfazioni e che offre uno Sting quasi mai visto: l’algido professore inglese balla, ancheggia e ride. Da non credere, il reggae fa miracoli. Nelle quasi due ore di concerto non mancano omaggi al passato più lontano, con “Angel of the morning“ e al grande Bob Marley: la sua “Get up Stand up“ è attuale oggi come allora e Shaggy arringa il pubblico. Soprattutto dopo “Dreaming in the Usa“, tratto dall’album scritto con Sting. Dopo un siparietto ambientato in un’aula di tribunale, il giro di chitarra annuncia quel capolavoro che è “Shape of my heart“; toni alti con “Walking on the moon“, “Roxanne“, “So lonely“ e “Boombastic“. Il bis è di Sting, con “Fragile“. •

Paola Colaprisco
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