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31 luglio 2016

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26.04.2012

Pupi Avati: «Dalla mi ha bruciato, Fellini folgorato»

Il regista bolognese, la Storyville Jazz Band e l’immagine di Lucio Dalla al teatro Nuovo
Il regista bolognese, la Storyville Jazz Band e l’immagine di Lucio Dalla al teatro Nuovo
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Pupi Avati è un generoso. Si racconta, dal palco del teatro Nuovo di Verona, ospite dell'associazione culturale Idem Percorsi di Relazione, proteso verso il pubblico che gremisce la sala. Si offre con divertimento e ironia. Scopre la sua natura di poeta, di timido che cerca il consenso. Sul palco con lui Gaia Guarienti, critica d'arte, ed Elisa Bellè, studentessa. A dargli il benvenuto la Storyville Jazz Band che ha aperto la serata con la sigla di Jazz Band, un programma televisivo autobiografico girato da Pupi Avati anni fa.
La musica jazz è stato il primo amore di Pupi Avati. Clarinettista di buona fama, negli anni Sessanta, nella miglior jazz band di Bologna, con concerti in tutta Europa. «Eravamo ragazzi di provincia, piacere alle donne era il tema fondamentale. Timido, bruttino, mi sono detto: “proviamo con la musica"». Era diventato il miglior clarinettista di Bologna quando, nel gruppo, entrò Lucio Dalla. Un brutto di talento. Talmente bravo da oscurare Pupi Avati che, per l'invidia, sogna d'ammazzarlo. «Volevo buttarlo giù dalla Sagrada Famiglia di Barcellona. Ma lui mi ha guardato e mi ha detto: “Ma sei scemo!"». E qui il racconto si fa intimo e struggente. Una lunga amicizia e poi anche una collaborazione musicale. E le telefonate notturne. E i soprannomi affettuosi. E poi Lucio che se ne va via. Per sempre. «Io avevo la passione, ma Lucio aveva il talento, e c'è una bella differenza tra passione e talento!».
ALLORA, scoperto che il jazz non è il suo talento, Pupi Avati lo abbandona. Si innamora e riesce a farsi amare da una bellissima ragazza di Bologna. Un sogno che s'avvera. L'amore per sempre, questa è l'idea. Quarantasette anni con la stessa donna. «Per le persone ragionevoli tutto è deperibile e per sempre è solo la morte. Ma la ragione a volte porta all'omologazione, a rinunciare alla propria unicità. Ma bisogna tornare a sognare, a far uso della parola per sempre, come i bambini, perché a volte i sogni si realizzano».
E così è stato per Pupi Avati. Impiegato alla Findus, moglie e due figli. Con gli amici del bar Margherita vede un film di Fellini: 8 e 1/2. È una rivelazione. «Dobbiamo fare il cinema, tutti insieme» comunica agli amici del bar. Lui il regista. Alberto Bartolani, amministratore di condominio, si candida: «Io voglio fare il tuo aiuto regista». È l'investitura ufficiale e parte il progetto. Centinaia di lettere spedite a registi e scrittori di tutta Italia. Nessuno risponde tranne Ennio Flaiano: «Non scrivetemi più».
Poi avviene il miracolo. Un nano bolognese, che si chiama proprio Ariano Nanetti, dice a Pupi Avati: «Se serve un miliardo mi telefoni». Siamo nel '67. Pupi Avati non ha ancora esordito, ma che fa? Telefona ad Ariano Nanetti e gli offre di fare l'attore: «Lei sarà Balsamus, l'uomo di Satana». E così sul tavolo piovono assegni per 120 milioni di lire. Nel '68 il debutto. È l'avvio di una carriera. I primi film sono horror, fantasiosi e gotici. «La mia creatività ha radici nell' infanzia contadina. Le favole della tradizione erano terribilmente spaventose. E con la paura l'immaginazione si potenzia al massimo».
UNA MADRE battagliera e protettiva, le zie narratrici di favole tradizionali, popolate di diavoli, fantasmi e gambe mozzate. Le paure infantili nascoste sotto il piumone del letto. E la fantasia che galoppa, che dà forma alle storie. E qui Avati offre una lezione magistrale di regia. Il lavoro, il «si gira», la «posa». Ma, su tutto, il momento fondamentale della scrittura. «Da un bel copione è difficilissimo fare un brutto film. Io scrivo in modo molto generoso, non solo ciò che accade e ciò che si dice, ma anche le dinamiche psicologiche e le situazioni. Così gli attori sono informati e si perde meno tempo. E poi scrivo al passato, per dare al testo una sorta di rassicurante sedimentazione». Perché l'attore va rassicurato sempre. Lo sosteneva anche De Sica: «Gli attori sono fragili, bisogna volergli bene». L'attore è un mestiere che non si impara, sostiene Avati. Attori si è, come si è poeti. E sullo schermo intanto sfilano attori a cui Pupi Avati ha cambiato la vita. I suoi alter ego, Carlo Dalle Piane, Silvio Orlando, Neri Marcorè, Nic Novecento. Candidi sognatori, diverse facce di un'unica medaglia.
E poi Katia Ricciarelli, svelatasi bravissima attrice. E Abatantuono, Haber, la Incontrada e i tanti che con Avati hanno trovato nuove identità. «Quando formo i cast vedo molti ragazzi e mi faccio l'idea di come è fatta l'Italia». E racconta, con le parole e con i gesti, le varie tipologie. Il timido, l'ansioso, il pessimista. Ma due sono i tipi principali. I rinunciatari, che cercano alibi e incolpano la sfortuna e gli altri del proprio fallimento. E i fiduciosi, pieni di aspettative, che non si lasciano abbattere. Sono questi secondi che trovano le occasioni giuste, perché credono in sé e nella capacità di cambiare. «Perché faccio il cinema? Perché con il cinema racconto la vita, ma ho anche la possibilità di cambiare la realtà, di realizzare un sogno. Son un Nic Novecento, ingenuo e innocente, che ha vinto la timidezza raccontando personaggi che ha conosciuto guardando gli altri vivere». Il racconto prosegue, tra realtà e sogno, e non sai se è vita vera o la sceneggiatura di un film quella che si dipana. Ma che differenza fa? Pupi Avati è il cinema. Quella è la sua dimensione, la sua scrittura, la sua voce.

Delia Allegretti
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