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18 novembre 2017

Spettacoli

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13.11.2017

La russa Elena Nefedova
e I Virtuosi Italiani
un’apertura da applausi

Il flautista Massimo Mercelli
Il flautista Massimo Mercelli

Concerto inaugurale del Teatro Salieri, com’è d’obbligo, nel nome del suo omonimo compositore, di cui si è celebrato il ricordo con quella pagina limpida e piacevole che è il Concertino per flauto ed orchestra. Ma per un’inaugurazione che si rispetti si è pensato anche ad un solido solista al pianoforte, per assecondare la presenza de I Virtuosi Italiani.

Quindi spazio alla giovane russa Elena Nefedova, un’interprete di cui si è già parlato per la sua ultima vittoria del Premio Venezia, che ora sta praticando più assiduamente le sale italiane, mettendosi in mostra anche a Legnago col Secondo Concerto di Chopin, nella trascrizione dell’autore per archi. Elena Nefedova ne ha scandito il tema principale con accentuazione quasi militaresca, per fortuna non ingigantita nella possanza sinfonica da una formazione di soli archi, dove risalta il contrasto col cantabile ripreso dopo il suo autoritario ingresso.

Non vi è nulla di nuovo nell’esecuzione della giovane russa. Nulla che sposti il celebre concerto dalla traiettoria interpretativa in cui si muove almeno da mezzo secolo a questa parte: stacco dei tempi, fraseggio, cantabilità, ecc. Ci è parso che i caratteri peculiari della sua interpretazione siano invece l’ideale chiarezza delle linee e delle armonie, la pulizia del pedale, la semplicità e la naturalezza nella narrativa. I passi digitali più brillanti sono ben controllati e suonano più musicali che virtuosistici. Le dinamiche, i colori, sono ben differenziati, anche nelle figurazioni più ardue: vedi lo sviluppo del primo movimento, dove la Nefedova rispetta e realizza le forcelle di crescendo e diminuendo. Nulla di esageratamente articolato e di aggressivo si riscontra in questi passi, spesso adoperati dai giovani interpreti per far brillare la tecnica a spese della musica.

Splendida comunque è la sonorità sommessa, semplicemente decorativa del suo pianoforte, al termine del secondo tempo, quando l’orchestra espone la melodia per l’ultima volta. Il finale è attaccato con baldanza da Martini e dai suoi archi, ma al suo ingresso Elena Nefedova lo riporta a più miti consigli, giocando con la musica e la tecnica più di quanto non si faccia trasportare dall’efficienza digitale. Che non manca nelle varie strette delle ultime applauditissime pagine, a cui la pianista fa seguire un bis amabile come The Man i love di Gershwin.

Per il resto della serata, aperta col Concertino per flauto -dove lo strumento a fiato dialoga con le parti cantabili dei primi violini e delle viole procedendo per terze e seste- il solista Massimo Mercelli è stato capace di innestarsi a meraviglia sul fraseggio morbido dell’orchestra. Orchestra che ha poi completato il programma di sala con la Serenata in mi maggiore di Dvorak -vengono esaltati soprattutto la freschezza dell’invenzione e l’equilibrio classico della costruzione- che non presenta difficoltà di comprensione, ispirata com’è a quel senso della natura tipico di tanta musica ceca, fluida e gradevole all’ascolto.

Applausi ritmati del pubblico, ripagati con altro bis: una suite da Lezione di piano di Michael Nyman, dedicata dall’ autore all’ensemble veronese. G.V.

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