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21 settembre 2018

Spettacoli

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12.03.2018

Joe Lovano, la tecnica e la passione siciliana

Il sassofonista Joe Lovano, americano figlio di emigrati messinesi, domani sera al Ristori
Il sassofonista Joe Lovano, americano figlio di emigrati messinesi, domani sera al Ristori

Ispirazione, senso della melodia ed energia apparentemente inesauribile, ma allo stesso tempo grande fluidità di fraseggio sono i caratteri del tenorsassofonista Joe Lovano, conosciuto come uno dei nomi più importanti del jazz moderno. Domani alle 20,30 concluderà la rassegna American Jazz Sound al Teatro Ristori. Assieme a lui, a completare il suo Europa Quartet, ci saranno il pianista Antonio Faraò, il contrabbassista Pietro Ciancaglini e Roberto Gatto alla batteria. Nato nel 1952 a Cleveland da genitori di origine messinese appassionati di jazz, Joe Lovano ha ascoltato musica e concerti sin da piccolissimo. Ha iniziato la sua carriera dopo aver passato alcuni anni a Boston, dove ha studiato al Berklee College. Dopo essersi trasferito a New York a metà degli anni Settanta è stato ingaggiato nei gruppi di George Benson, Lonnie Smith e poi nelle orchestre di Mel Lewis e di Woody Herman. Dalla fine degli anni Settanta sono in molti i grandi del jazz ad accorgersi di lui e così finisce nei gruppi di Sarah Vaughan, Chet Baker, Elvin Jones. Ha fatto parte per anni del quartetto di John Scofield e ha collaborato per decenni in moltissime diverse formazioni con il batterista Paul Motian. Negli anni più recenti ha collezionato collaborazioni discografiche con Dave Holland, John Zorn, Dave Douglas e Jack DeJohnette. È la terza volta che suona a Verona: la prima fu al Posto nel settembre 1986 in trio con Paul Motian e Bill Frisell, poi al Teatro Romano per Verona Jazz il 25 giugno 1995. Cosa ci farà ascoltare al Ristori? Suoneremo alcuni miei pezzi e alcune delle composizioni contenute nel mio ultimo disco Classic! Live at Newport registrato nel 2005 con Hank Jones, George Mraz e Lewis Nash. Ma ci saranno anche alcuni pezzi del mio amico Antonio Faraò e altri dedicati e ispirati a dei jazzisti che recentemente ci hanno lasciato come Geri Allen, John Abercrombie e Didier Lockwood. Non sono brani scritti da loro, piuttosto direi che celebrano il loro spirito, si rifanno a loro e alla loro anima. Sul suo sito si legge che quel disco è stato l’ultimo che lei ha fatto con l’etichetta Blue Note. Che progetti ha adesso? Un periodo di lavoro intenso. Tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo uscirà per l’ECM il mio nuovo lavoro con il Fascination Trio, ovvero assieme a Marylin Crispell al pianoforte e Carmen Castaldi alle percussioni, uno straordinario batterista di Cleveland con cui ho stabilito un’intesa molto proficua. Con questa formazione suoneremo verso la fine dell’anno e verremo anche in Europa e quasi certamente anche in Italia. E’ una riedizione senza basso di un trio che vent’anni fa comprendeva me Dave Holland ed Elvin Jones. Ha già suonato con la formazione che ascolteremo a Verona? Sono tutti musicisti che stimo molto e con cui ho avuto a che fare in diversi contesti: con Faraò ho registrato il disco Evan con Jack DeJohnette e Ira Coleman e poi sempre con lui ho partecipato al festival di a Roccella Ionica con Lenny White. Assieme a Ciancaglini ho suonato quando mi sono unito al gruppo del pianista Salvatore Bonafede e anche con Roberto Gatto ci sono state varie occasioni a Roma. Lei è stato a Verona in altre due precedenti occasioni. Sì e sono molto contento di tornarci. Ho un ricordo bellissimo soprattutto del festival del jazz del ’95. Ero col mio gruppo e fu fantastico al Teatro Romano. La stessa sera poi suonava il trio di Keith Jarrett e mi ricordo che in albergo c’era Max Roach che si esibiva la sera dopo e lo conobbi, fu una bellissima esperienza. Del concerto dell’86 con Paul Motian e Bill Frisell ho un ricordo un po’ più sfumato ma ogni sera con quel trio era un evento speciale. Paul Motian è stato un vero maestro, un gigante del jazz, uno che anche quando improvvisava componeva sempre dei piccoli capolavori. Inizia a suonare con lui nel 1981 e con lui presi parte a tanti progetti fino alla sua morte. Quali sono stati i jazzisti che l’hanno maggiormente ispirata nel corso della sua carriera? Sono stati tantissimi, ma così su due piedi mi vengono in mente tutti quelli che ebbi modo di sentire dal vivo da piccolo, quando mio papà, il sassofonista Big T Lovano, mi portava ai loro concerti a Cleveland: Dizzy Gillespie, McCoyTyner, Gene Ammons, Sonny Stitt, Dexter Gordon, Roland Kirk e Ornette Coleman con cui poi ho suonato in alcune occasioni del tutto particolare a casa mia e nel suo loft a New York. Non vorrei poi dimenticare John Coltrane che peraltro aveva suonato con mio papà. Se dovesse salvare cinque dischi quali indicherebbe? ‘Round About Midnight di Miles Davis, Soul Trane e A Love Supreme di John Coltrane, Our Man in Jazz di Sonny Rollins e Live at The Village Vanguard di Bill Evans. •

Luigi Sabelli
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