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26 settembre 2018

Spettacoli

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26.02.2018

Eleonora Buratto spazia dalle romanze a Napoli

Il pianista Nazzareno Carusi e il soprano Eleonora Buratto al Concerto Brunch al Teatro Ristori FOTO BRENZONI
Il pianista Nazzareno Carusi e il soprano Eleonora Buratto al Concerto Brunch al Teatro Ristori FOTO BRENZONI

Nel suo poema «Endimione» John Keats affermava che una cosa bella è una gioia per sempre. Ed è stata un’ora di pura bellezza quella che il soprano Eleonora Buratto e il pianista Nazzareno Carusi hanno offerto al pubblico del Teatro Ristori in occasione del quarto e ultimo appuntamento de «I Concerti Brunch», la nuova iniziativa della Stagione 2017-2018 ideata per sia coniugare musica e convivialità, sia per dare agli spettatori la possibilità di chiacchierare direttamente con gli artisti (che ieri hanno partecipato all’incontro con gentilezza e simpatia). Quando un cantante lirico decide di esibirsi in un recital, le possibilità sono due: offrire un compendio del proprio repertorio o sperimentare qualcosa di diverso e innovativo. Forte dei suoi traguardi operistici, Eleonora Buratto avrebbe potuto tranquillamente presentarsi con un programma a base di Puccini, Mozart e Bizet e «vincere facile». Invece, insieme a Nazzareno Carusi (che l’ha accompagnata con grande sensibilità), ha scelto di cimentarsi in una raffinata selezione di romanze composte da Francesco Paolo Tosti su versi di Gabriele D’Annunzio. Wolfgang Amadeus Mozart è stato comunque presente grazie alla «Fantasia in re minore K 397», brano con cui Carusi ha aperto il concerto, evidenziando, tramite un accorto uso dei colori, quella vena melanconica che lo pervade e che sembra già preludere al romanticismo. La Buratto ha quindi cantato «Parlami, amor mio» di Franco Alfano (da «Il giardiniere» del poeta bengalese Premio Nobel Rabindranath Tagore) per poi affrontare la prima parte dell’omaggio al team Tosti/D’Annunzio: il poema in cinque liriche «Malinconia». La voce del soprano, rotonda e corposa, risplendeva con pienezza, valorizzando la scolpitura metrica ed espressiva dei versi, dalla trepida sensualità di «Dorme la selva» e «Quand’io ti guardo» allo struggimento che pervade «L’ora è tarda», «Or dunque addio!» e «Chi sei tu che mi parli». Dopo una breve pausa, è stata la volta dello «Sposalizio» di Franz Liszt (da «Deuxième Année: Italie», seconda suite del ciclo pianistico «Années de Pèlerinage»), del quale Carusi ha restituito la delicatezza e il nitore quasi mistico, e infine delle «Quattro canzoni d’Amaranta» («Lasciami! Lascia ch’io respiri», «L’alba separa dalla luce l’ombra», «In van preghi» e «Che dici, o parola del Saggio?» sempre musicate da Tosti e scritte da D’Annunzio), la cui malia ha trovato nella Buratto un’interprete accorta e partecipe. Il concerto si è concluso fra gli applausi con l’esecuzione (fuori programma) di quello che è forse il frutto più celebre del connubio Tosti/D’Annunzio (la canzone napoletana «’A vucchella», che la tradizione vuole stesa dal Vate per sfida ai tavoli dello storico Caffè Gambrinus), lasciando però la consapevolezza che una simile esibizione avrebbe meritato un pubblico molto più vasto. Felici i presenti, per tutti gli altri, come direbbero a Napoli, «nun sapit che vi sit pers» (non sapete cosa vi siete persi). •

Angela Bosetto
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