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17 ottobre 2018

Spettacoli

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17.05.2018

«Così abbiamo ripensato la partitura di Rossini»

Il direttore d’orchestra e pianista Vittorio Bresciani
Il direttore d’orchestra e pianista Vittorio Bresciani

Vittorio Bresciani fa parte del complesso solistico, tutto veronese, che sabato 19 alle 20, proporrà La Petite Messe Solennelle di Rossini al Filarmonico. Quando avete deciso di eseguirla? Una rimpatriata fra amici? Per la verità l'idea è stata di Cecilia Gasdia e ci è giunta come una sorpresa dell'ultima ora. Abbiamo accolto volentieri la proposta, sentita come la naturale conseguenza di un rapporto di amicizia che dura da quando eravamo tutti e tre studenti al Conservatorio e al Liceo Maffei. Dei due pianoforti a chi spetta la parte più debole, quella dell’accompagnamento? Dall'elaborazione che ne abbiamo curato io e Edoardo Strabbioli sono alla pari e suonano come un'orchestra a quattro mani. Con i sessanta elementi del coro areniano a disposizione e uno spazio come il Teatro Filarmonico, abbiamo dovuto ripensare la scrittura pianistica di Rossini potenziandola e arricchendola di effetti. Rossini la scrive cinque anni prima della scomparsa. Che caratteristiche ha questo canto del cigno? È qualcosa di unico e anomalo nella sua produzione. Per comprenderla bisogna considerare che il compositore non scriveva opere da più di trent'anni e che nel frattempo il mondo era profondamente cambiato passando attraverso due fasi rivoluzionarie e aprendo un'epoca che a Parigi aveva visto l'affermazione e l'evoluzione di artisti come Chopin, Liszt e Alkan, oltre agli operisti Meyerbeer, Berlioz e Gounod. La sua piccola messa reca tracce di cromatismi wagneriani, di sonorità chopiniane, di sperimentazioni virtuosistiche alla Liszt e di una vocalità non lontana da quella di Verdi. Chi si aspetta un Rossini simile all'operista che guardava al Settecento rimarrà sorpreso: è perfettamente inserito nel suo tempo e anticipatore del Novecento. Altro che il Rossini dell'opera buffa. Perché gode di poco peso nel repertorio? Forse perché è aliena dall’enfasi romantica? Non è riconducibile allo stereotipo di Rossini sempre amato dal grande pubblico. Questa messa spiazza l'ascoltatore, ma al tempo stesso lo affascina per la sua complessità formale, per la sua ricchezza armonica, la commovente profondità. Sta pensando a qualche altro progetto legato al nome tanto amato di Franz Liszt? Da tempo ho in mente la prima esecuzione a Verona dell'Oratorio Christus di Liszt per grande orchestra, soli e coro: stiamo parlandone con la Fondazione Arena e la Curia vescovile. Mi sono già attivato per il reperimento dei fondi necessari: sarebbe una grande novità per la vita culturale della nostra città. Sempre nel nome di Liszt sto prendendo vari impegni come pianista e direttore per la prossima stagione. Nella sua scuola di direzione d’orchestra e pianoforte sta maturando qualche promessa? Ho ricevuto proprio in questi giorni la notizia che il mio allievo Alessandro Bonato si è guadagnato un terzo posto al concorso di Copenhagen per giovani direttori, un importante risultato che fa onore al nostro Conservatorio. Ma in molti anni al “Dall'Abaco” ho anche formato e diplomato numerosi pianisti ora in carriera e già noti al pubblico: per citarne qualcuno, dal veronese Sergio Baietta, al catanese Claudio Bonfiglio, alla taiwanese Ching-Tseng, alla lituana Laura Jovaisaite; ma anche nel campo della direzione di coro e dell'organizzazione musicale, come Gianluca Brigo che tra l'altro ha creato il Museo Callas a Zevio. Infine Dora Bakiu, nuovo talento albanese, che si è esibita con successo al Teatro Ristori. •

Gianni Villani
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