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24 giugno 2017

Spettacoli

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21.04.2017

«La tenerezza? È il nostro ansiolitico»

Il regista Gianni Amelio davanti alla locandina del film «Tenerezza»
Il regista Gianni Amelio davanti alla locandina del film «Tenerezza»

ROMA

«Festival? No, per questo film vorrei solo il pubblico». Così Gianni Amelio a Roma nel presentare «La tenerezza», in sala dal 24 aprile con 01 in oltre 200 copie, risponde alla domanda sul perchè questo suo ultimo lavoro non sia approdato a Cannes o Venezia. Va detto che «La tenerezza», film di apertura del «Bif&st» sabato, un festival se lo sarebbe davvero meritato sia per la storia che per il cast. Un racconto triste, melanconico ed acre, quello de «La tenerezza», su come vanno le cose oggi, sul rapporto tra padri e figli e sul fatto che nessuno è davvero disposto a guardare davvero l’altro. E un cast poi composto da un gigantesco Renato Carpentieri nei panni di Lorenzo, ex avvocato impiccione, che vive da solo con le sue cicatrici in una enorme casa a Napoli. Per lui due figli «assenti» (Giovanna Mezzogiorno e Arturo Muselli) e una famiglia di vicini di casa, composta da Micaela Ramazzotti ed Elio Germano con due bambini a carico, a cui inevitabilmente affezionarsi. «La tenerezza - spiega Amelio - non so se definirla come un sentimento o come un gesto. Ma proprio una settimana fa Papa Francesco ha parlato di tenerezza come qualcosa che ci dà libertà. Credo, comunque, che sia qualcosa di cui abbiamo bisogno per scacciare l’ansia».

Ma nel film, anche molto forte, il tema della vecchiaia rappresentata dall’anziano avvocato «alter ego del regista»: «Lorenzo rifiuta, come tutti noi, l’età che avanza. Bisognerebbe che gli uomini si fermassero, per tutta la vita che gli resta, all’età di cinquanta e le donne a trentacinque».

Elio Germano che nel film è Fabio, introverso ingegnere navale che viene a Napoli dal Nord insieme alla moglie Michela e i loro due figli, spiega: «Gianni è un regista che ti abita. Il mio personaggio è complicato, dice sempre molte cose, ma non si capisce mai se sono vere o meno».

La Mezzogiorno, interprete araba nei tribunali napoletani in rotta con il padre, spiega come anche per questo personaggio: «la regola è sapersi abbandonare. Lasciare che il film venga a te». Una delle chiavi del film la frase araba citata nel film che dice: «La felicità è una casa a cui tornare».

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