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16 luglio 2018

Spettacoli

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10.07.2018

Il lungo addio dei Deep Purple lezione rock e omaggio all’Opera

Chiuderanno qua? Si fermeranno per fare i nonni? Sarà davvero questo «Long goodbye tour» la serie di concerti definitiva? La risposta a queste domande, ovvio, la sanno solo loro, i Deep Purple, ma a suggello della serata di ieri in Arena, arrivano le parole di un appassionato di musica, che ci blocca tra le poltrone della platea per dirci: «Bisogna arrivare a settant’anni per suonare così!». In forma, però: ha del miracoloso il modo in cui la rock band inglese continua a suonare in giro per il mondo. Pensate ai Rolling Stones, come paragone. Guidato da Ian Gillan, un frontman sui generis (cosa biascica tra un brano e l’altro? Sembrano frasi nonsense, in-jokes, battute che possono capire solo i suoi compari), il quintetto si presenta puntuale davanti al pubblico. Non c’è il tutto esaurito: i presenti sono circa diecimila, gran parte stranieri e con molti under 40. Si gustano lo spettacolo come fossero all’Opera: seduti, tranquilli, con il cellulare a portata di mano per un video ricordo. Una fruizione che contrasta con il rock caldo, pesante e pastoso che la band inglese offre in quasi due ore di show. Si parte a tutta manetta con «Highway star» e i primi sussulti del pubblico si vedono per «Strange kind of woman». Gillan è su di giri: «Bello essere di nuovo qui; è un posto fantastico e voi siete un pubblico grandioso». Poi modula la voce in maniera espressiva in «Sometimes I feel...»: è solo una nostra impressione o riesce ancora a tenere il passo, dal punto di vista vocale? Lo spazio finale del brano è lasciato al chitarrista Steve Morse, un virtuoso che, anche nei momenti più hard, mantiene una strana leggerezza. Come la sezione ritmica: Ian Paice picchia sì sulla batteria ma con uno swing particolare; e Roger Glover è essenziale ma melodico (niente bum-bum-bum: certe sue parti le potete cantare). Con «Uncommon man» ricordano il tastierista scomparso Jon Lord, sostituito ormai da una ventina d’anni da Don Airey che nel suo spazio riservato (ogni Deep Purple ha uno «spot» da solo) rende omaggio all’Opera, suonando una parte del Trionfo da Aida e del Nessun dorma da Turandot, prima di travolgere tutti con bordate di tastiere e synth. Anche negli assolo, il concerto in Arena è una lezione di rock: concisi, mai ripetitivi, ricchi di blues (e «Lazy» è un blues vero e proprio), non sono mai fini a se stessi ma rendono ancora più efficaci le canzoni. Così anche le più recenti (come quelle del 2017: «Time for Bedlam», «The Surprising», e «Birds of prey», con echi prog) non sfigurano vicino a classici come «Space truckin’», «Smoke on the water» (qui, tutti in piedi e cellulare in mano) e «Black night». A giudicare dal calore del pubblico e dalle esecuzioni, la pensione dovrebbe essere ancora lontana. Goodbye? No, Deep Purple, meglio dire arrivederci. •

Giulio Brusati
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