Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
19 agosto 2017

Spettacoli

Chiudi

27.09.2010

Peter Gabriel, diluvio di musica e una voce unica

L’ex leader dei Genesis con la New Blood Orchestra
L’ex leader dei Genesis con la New Blood Orchestra

Si presenta da solo e spiega il concerto in italiano. Con Peter Gabriel - ieri sera all'Arena di Verona per l'unica tappa italiana del New blood tour - le sorprese non mancano mai. Per questa serie di show aveva annunciato che non avrebbe utilizzato chitarre e neppure la batteria. Infatti sul palco, alle sue spalle, c'è un'orchestra.
Non ha avvisato però che il suo concerto sarebbe stato doppio: gli oltre 10mila dell'Arena (c'è anche Zucchero, tra il pubblico, e manca poco al tutto esaurito) assistono a una prima parte con i brani del nuovo disco, Scratch my back, eseguiti senza interruzioni; e poi a una seconda con brani selezionati dal catalogo solista dell'ex leader dei Genesis. In totale, tre ore di musica, con una sorprendente "chicca" tra una sezione e l'altra, una versione da brividi di Wallflower. Insomma, il doppio rispetto a un normale concerto rock. E senza contare il mini-set d'apertura della cantautrice Ane Brun, sua vocalist insieme alla figlia Melanie Gabriel. Alla fine, di fronte a questo diluvio di musica, gli si perdona il fatto di aver "convocato" tutti alle 20 per iniziare alle 21 passate.
«L'idea di Grattami la schiena, il mio nuovo disco», ha spiegato Gabriel all'inizio, in un italiano davvero buono, «è molto semplice: io ho fatto una canzone di altri artisti e loro ne hanno reinterpretato una mia. Mi sono sempre piaciuti i brani che raccontano una storia: stavolta ho preso le opere di altri, le ho messe vicine e ho raccontato una storia mia».
Per narrare, sceglie la sua voce, e mai come in questo concerto mette in mostra un timbro caldo, avvolgente, capace di superare per intensità anche gli archi. Non vuole strafare, Gabriel, e non ci tiene a riempire con la sua vocalità possente le trame delle canzoni di altri: preferisce, invece, entrare lentamente, con voce e tono dimesso. Così Heroes di David Bowie è un'elegia che perde la trionfalità dell'originale; Boy in the bubble di Paul Simon non ha più un ritmo africano ma è una riflessione dolente sui mezzi di comunicazione, dove le «telecamere che ci seguono» sono quelle che registrano il concerto areniano per un prossimo dvd.
La potenza sinfonica dell'ensemble che l'accompagna viene magnificata in My body is a cage degli Arcade Fire, mentre Street spirit dei Radiohead è depotenziata e stravolta.
Più calorosa e movimentata la seconda parte, con Digging in the dirt che esplode di luce e ritmo, con una Darkness da film dell'orrore e una Mercy street, dedicata alla poetessa Anne Sexton. Nello strepitoso finale allinea, bis compresi, Red rain, Solsbury Hill, In your eyes e Don't give up. Stupefacente, infine, la scenografia, con l'utilizzo del sipario come un video-muro su cui proiettare immagini e i due schermi dove le riprese in diretta vengono processate con effetti spettacolari.
Giulio Brusati

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1