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18 ottobre 2018

Spettacoli

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24.12.2017

Quella Hayworth platinata di 70 anni fa

Orson Welles e Rita Hayworth sul set di «La signora di Shanghai»
Orson Welles e Rita Hayworth sul set di «La signora di Shanghai»

Angela Bosetto Solo una nazione cinefila come la Francia poteva far uscire la vigilia di Natale di settant’anni fa (il 24 dicembre 1947) un noir di Orson Welles che la Columbia (per paura di fiasco al botteghino) teneva bloccato da quasi un anno, nonostante fosse già pronto e avesse per protagonista Rita Hayworth. Difatti gli spettatori europei apprezzarono de «La signora di Shanghai» proprio ciò che la fece detestare al pubblico americano (che, comunque, vide la pellicola con diversi mesi di ritardo): la messa in scena all’insegna del virtuosismo metaforico, la trama ingarbugliata e, soprattutto, la Hayworth bionda. Infatti Welles non solo aveva cucito addosso alla moglie una dark lady gelida e amorale, ma le aveva imposto di distruggere ogni ricordo di Gilda (la protagonista dell’omonimo cult del 1946, grazie alla quale Rita era divenuta una star), ossia di tagliarsi la lunga chioma rossa e di tingerla color platino. Non pago, Welles aveva duplicato il budget previsto (un altro schiaffo al produttore Harry Cohn, «colpevole» di aver creato l’immagine mediatica della Hayworth) e trasformato le riprese in un gioco al massacro di coppia, conclusosi con il divorzio. Insomma un suicidio commerciale, di cui solo col tempo sarebbe stata compresa la straordinaria forza visiva anche in patria. In teoria, la trama si basa su un di giallo Sherwood King («If I Die Before I Wake»), ma Welles, dopo averlo letto, lo giudicò una schifezza e trascorse le successive 72 ore a scrivere la sceneggiatura adattando la storia come voleva lui. Dopo aver salvato da un’aggressione la bellissima Elsa Bannister (Hayworth), appena giunta a New York da Shanghai, il marinaio irlandese Michael O’Hara (Welles) viene ingaggiato dal marito di lei (Everett Sloane) per accompagnare lui, la moglie e un socio d’affari sino a San Francisco lungo il Canale di Panama. In breve, sullo yacht dei Bannister (che in realtà era lo Zaca di Errol Flynn) l’atmosfera si fa rovente e qualcuno muore. Kim Newman ha definito «La signora di Shanghai» «uno specchio infranto con scaglie di genio che non vogliono essere ricomposte in qualcosa di sensato.» E non è un caso se la resa dei conti finale fra Michael ed Elsa si svolge proprio all’interno di un labirinto di specchi, in una memorabile sequenza che ha segnato la settima arte. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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